Il 4 marzo 1985 entravo per la prima volta in una sezione, decidevo di dedicare il mio tempo appassionato alla politica. Oggi, 4 marzo 2013, da parlamentare della Repubblica ancora in carica ma ormai travolto dallo tsunami e dunque uscente, posso considerare quel tempo concluso. Ventotto anni in cui è accaduto di tutto. Sono una storia, nella Storia. Voglio raccontarla, serve per stilare un bilancio. Non sarà un post breve.
Lo tsunami è il MoVimento 5 Stelle, è Beppe Grillo, è la grande novità di cesura tra un'epoca e un'altra. Ne ho vissute altre di condizioni parimenti drammatiche. Quando neanche quattordicenne mi donai con tanta innocenza a un partito, quel partito mi mandò a studiare: per più di due anni ho frequentato corsi di formazione densi, bellissimi, che a un adolescente di oggi apparirebbero surreali. Tra i docenti, c'era sempre Roberto Ruffilli. Lo fecero inginocchiare nella sua casa di Forlì (città che, coincidenza, è diventata decisiva nella mia vita e dove è nata la mia ultima figlia) e gli spararono alla nuca. Era la stagione del terrorismo, la sua coda. Fu battuto.
Poi ci fu il triennio dei referendum e di Tangentopoli, delle monetine contro Craxi e del suo esilio, di un sistema totalmente travolto: se non era uno tsunami quello! Crollò tutto in meno di trenta mesi, ne approfittarono due soggetti paradossalmente legati a doppio filo con chi più tragicamente pareva travolto: il craxiano Silvio Berlusconi, i comunisti Occhetto. Io pensai di impegnarmi nella terra di mezzo. Martinazzoli mi chiamò come più giovane padre costituente del Ppi e divenni poi il presidente nazionale del suo movimento giovanile.
Voglio dirlo subito, dalla politica ho avuto tanto, ma alla politica ho dato tutto. Fin da quella prima campagna elettorale studentesca a Roma nel 1988, in cui portai gli studenti cattolici incredibile a surclassare comunisti e fascisti, di gran lunga più di moda di una lista denominata "Presenza cristiana". Curiosità: furono elezioni molto particolari, io studentello figlio di uno statale e di una casalinga proveniente da una piccola scuola con cento studenti, contrapposto ai colossali leader delle scuole bene della sinistra, Virgilio e Visconti. I loro candidati? Miguel Gotor, Giulio Napolitano, figlio del futuro re Giorgio, già allora principe di notevole rilevanza. I leader della Fgci? A Roma Andrea Scrosati e Luca Telese, a livello nazionale Gianni Cuperlo e Luca Zingaretti. Li battemmo, presi più preferenze di Gotor e Napolitano, era come se la Sanbenedettese avesse battuto la Juventus. Devo aver maturato in quel contesto la percezione che a sinistra prevalesse un atteggiamento ipocrita: a chiacchiere progressisti e con gli ultimi, in realtà conservatori e bene attenti a tutelare un'antimeritocrazia che garantisse sempre i già tutelati di una élite definita di amici degli amici.
Dalla politica, dicevo, ho avuto tanto dopo quella elezione vinta. Rapidamente: dirigente nazionale del Mgdc, costituente del Ppi, presidente nazionale dei Giovani popolari, consigliere nazionale del Ppi e membro dell'esecutivo nazionale, candidato sindaco per Democrazia Diretta, candidato alla segreteria nazionale del Pd, poi membro della commissione statuto e della direzione nazionale, infine deputato della Repubblica. Una corsa lunga ventotto anni, senza mai andare a caccia di una poltrona (l'unica retribuita è stata quella da parlamentare), ma facendo lo spacciatore di idee.
Se ho una qualità è quella, in realtà, dell'analista. Vedo prima quello che succederà, studiando con passione e profondità i dati della realtà. Non mi interessa quasi mai quel che accade, voglio capire quel che accadrà. L'ho fatto tutta la vita. Da ragazzino (1989) teorizzavo l'implosione della Dc sotto il dramma della questione morale (l'Unità mi usava in titoli durissimi, perché da dirigente del giovanile democristiano avevo l'abitudine di impallinare i comportamenti non cristallini di assessori a dir poco compromessi) e un paio d'anni dopo scoppiava Tangentopoli; votavo contro lo scioglimento del Ppi (2000) nella Margherita perché ero certo che avrebbe significato la fine del cattolicesimo politico e mi pare che così è andata; mi candidavo (2001) a sindaco di Roma con un gruppo di trecento giovanissimi sotto le insegne della chiocciola di Internet del movimento Democrazia Diretta, teorizzando "una testa un voto" e il ritorno all'agorà (elettronica, dati i tempi) e sappiamo che un comico ha avuto un certo successo con questi temi; mi impegnavo con gli amici di Generazione U nella folle corsa delle prime primarie del Pd (2007) per chiedere una cesura totale con il passato, lo sganciamento della sinistra dalla piattaforma sociale conservatrice della Cgil e il radicale rinnovamento della classe dirigente che andava rottamata e pare che quella parola d'ordine sia andata poi piuttosto di moda; imploravo il segretario del Pd di ammettere Beppe Grillo alle primarie (2009) perché avendo frequentato i meetup fin dal primo VDay e avendo scritto su Europa decine di articoli di analisi, avevo visto l'onda che si stava alzando e credevo nel metodo di Aldo Moro e del suo "tempi nuovi si annunciano".
Ho fatto, insomma, lo spacciatore di idee. Non sono di quelli che rivendicano un "l'avevo detto". No, io l'avevo fatto. Un po' troppo in anticipo. Si può immaginare che internet avrebbe spazzato via la politica tradizionale, spiegare la fine del ruolo del mediatore in ogni campo e dunque anche quello del politico professionista, l'avvento del (bi)sogno della democrazia diretta. Ma se lo fai nel 2001, quando in pochi in Italia sanno cos'è il web e non ci sono neanche i blog, ti puoi togliere giusto lo sfizio della profezia se ti candidi alle elezioni con quella piattaforma. Dodici anni dopo quelle sono le idee del primo partito italiano.
Mi dispiace? Forse, un po'. Ma le idee vivono e questo è più che consolante. Le analisi erano corrette e questo spiega anche perché sono stato l'unico a scrivere che Grillo sarebbe stato il primo partito alle elezioni, che Bersani sarebbe arrivato alla maggioranza alla Camera solo grazie ai voti di coalizione, che il Senato sarebbe stato ingovernabile. Oggi hanno recuperato un mio tweet alla collega Myrta Merlino in cui scrivevo, il 4 dicembre 2012, che il Pd di Bersani avrebbe preso il 25%. Erano i giorni in cui i sondaggi più malevoli lo davano al 36%. E al collega Andrea Scanzi che mi chiedeva "davvero pensi che Grillo possa essere il primo partito?", ho risposto assegnandogli una percentuale: il 25,4%. Ho sbagliato di un decimo di punto.
Ho la palla di vetro? No. Mi butto a indovinare? Nemmeno. Amo la politica, la so leggere. E' stato sempre il mio lavoro, perché di politica politicante non ho vissuto mai. Ne ho scritto, da giornalista iscritto all'albo fin dal 1991 perché ai corsi di formazione di partito ci spiegavano sempre: primo, laurearsi; poi, cercarsi un lavoro. La politica viene dopo. Così il dirigente di partito ho potuto farlo sempre gratis, mentre quelli di sinistra diventavano fin da giovanissimi funzionari di partito stipendiati. Una differenza decisiva. Difficile avere libertà di pensiero quando il tuo mutuo è pagato dall'obbedienza ai pensieri dei capi. Quando poi questi capi producono duemila miliardi di debito pubblico, la spesa pubblica peggio ripartita d'Europa, disoccupazione giovanile oltre il 35%, salari bassi, precariato, pressione fiscale insostenibile, allora si può obbedire e incensare solo a pagamento. Sport molto diffuso, basta sbirciare tra i miei critici.
Bisogna fare politica sempre con la massima libertà e privi di bisogni materiali. Altrimenti si fa come le centinaia di colleghi che ho incontrato in Parlamento, per cui la chiave decisiva era solo la rielezione e l'obiettivo solo lo stipendio da privilegiato: è chiaro che con questi scopi smetti di pensare e se vuoi avere un'opinione, la chiedi al capo. Il drammatico impoverimento della qualità delle classi dirigenti nasce da qui, da un cortocircuito tra politicanti ignoranti/incompetenti e una libera stampa "embedded" in cui il giornalista fa carriera dimostrandosi affabile verso la pochezza del politicante e indulgente verso le sue colossali lacune. Le fortune di alcuni cronisti, che puntano alla permanenza come e più dei politici, così. Ovviamente la qualità di una democrazia così disegnata non può che essere scadente.
C'è il lavoro di parlamentare che io ho provato a fare nei pochi mesi che mi sono stati assegnati, con precisione e dedizione. Sono orgoglioso dei miei discorsi in aula sulla Siria, sulla strage di Bologna, sulla legge comunitaria europea, sull'inutilità dell'acquisto degli F35. Sono molto orgoglioso di aver sbloccato con caparbietà e una interpellanza parlamentare la vicenda della regolamentazione delle srl a 1 euro per gli under 35, grazie alla segnalazione che mi è arrivata tramite social network da un ragazzo interessato: oggi sono centinaia di migliaia di i giovani imprenditori che lavorano grazie a questa nuova formula. Ho presentato poi una legge di riforma costituzionale per l'inserimento del diritto di accesso a internet nella Carta. Non è stato approvato, ma è una novità assoluta che è agli atti del Parlamento. Spero sia ripreso e ripresentato dai grillini. Mi è piaciuto poi occuparmi da relatore o "emendatore" di una miriade di leggi ingiustamente considerate minori, da quella sui gas serra a quella sui condomini. E' bello quando un tuo emendamento viene approvato e vedi che hai concretamente cambiato le cose. E' il bello del lavoro di parlamentare fatto con coscienza. Io l'ho fatto con coscienza.
Le vicende politiche hanno reso impossibile la mia ricandidatura. Bersani ha chiesto a Renzi di "fucilare" i suoi colonnelli che si erano esposti in prima linea e Renzi per provare la sua fedeltà al partito ha acconsentito: da Roberto Reggi a Giorgio Gori, da Stefano Ceccanti a Andrea Sarubbi, da Fausto Recchia a Salvatore Vassallo, per tutti la sorte è stata segnata. A maggior ragione la mia. La scelta era di far prevalere una linea ben precisa nel gruppo parlamentare: vecchia sinistra conservatrice, radice pidiessina, rapporto stretto con le ricette politiche della Cgil. Era un'espulsione di fatto. Non me ne lamento, è il gioco della democrazia interna a questi partiti, lo conoscevo bene: la cosca vincente prende tutto o accetti l'affiliazione e ti cospargi il capo di cenere, o muori. Sentenza accettata.
Da espulso, tornato cittadino libero privo di doveri di militanza, ho votato secondo coscienza: alla Camera per Monti del quale da deputato ho sostenuto i provvedimenti, al Senato per il M5S contando che lo scossone definitivo alle fondamenta del sistema travolgesse tutti i conservatorismi. Oggi mi auguro che questo mio voto assuma ancora più senso e che Grillo tenga Monti a Palazzo Chigi con il governo che rassicura anche i contesti internazionali, mentre in Parlamento l'attivismo del M5S produca il cambio di sistema necessario passando attraverso il nodo della cancellazione dei soldi ai partiti: senza denari, muoiono. Vivono di quelli, vivono per quelli, fanno politica con quelli. La straordinaria lezione della rete, di un M5S che vince elezioni senza stampare neanche un manifesto, spiega che è tutto cambiato. Ora però servono leggi che sanciscano la novità: neanche un euro ai partiti. E la rottamazione sarà cosa fatta. Ma occhio al sistema dell'informazione: si sta schierando per salvare il sistema, teme di crollare insieme ai politici. Accanto a una politica finalmente non tradizionale serve un sistema dell'informazione non tradizionale.
Cosa farò ora? Quel che ho sempre fatto. Sono già tornato al lavoro, in radio, tutte le mattine a raccontare quel che accade e soprattutto a dirivi quel che accadrà. Non cerco nulla, non mi devo accreditare verso nessuno, non cerco né ruoli né poltrone, ho fatto tutto quello che da bambino sognavo di fare, ho realizzato molto di quello che il 4 marzo 1985 avevo in mente. E' il 4 marzo 2013, lo tsunami è arrivato e mi ha travolto. Bene così, ho tirato fuori la testa e scoperto che attorno a me tutto è diverso, lo scenario ad alcuni pare devastato, a me sembra stia semplicemente offrendo la grande possibilità di costruire qualcosa di completamente nuovo e insieme di profondamente antico: il ritorno all'agorà, alle origini della democrazia. Inventiamo il nostro domani, è il tempo della rete, del nuovo corpo mistico civile, della democrazia diretta. Crediamoci con impegno, senza nulla a pretendere: ancora una volta, non sarà un esercizio inutile.
Mario Adinolfi
deputato della Repubblica italiana
Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e 1a mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Vi sono certo dati sconcertanti, di fronte ai quali chi abbia responsabilità decisive non può restare indifferente: la violenza talvolta, una confusione ad un tempo inquietante e paralizzante, il semplicismo, scarsamente efficace di certe impostazioni sono sì un dato reale ed anche preoccupante. Ma sono, tuttavia, un fatto, benché grave, di superficie. Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia. Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze c’è quello che solo vale ed al quale bisogna inchinarsi, un modo nuovo di essere nella condizione umana.
E’ l’affermazione di ogni persona, in ogni condizione sociale, dalla scuola al lavoro, in ogni luogo del nostro Paese, in ogni lontana e sconosciuta Regione del mondo; è l’emergere di una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia. E, insieme con tutto questo ed anzi proprio per questo, si affaccia sulla scena del mondo l’idea che, al di là del cinismo opportunistico, ma, che dico, al di là della stessa prudenza e dello stesso realismo, una legge morale, tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta e neppure tiepida e tardiva, ma intensamente umana.
Aldo Moro