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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Lettera aperta a Vittorio Feltri

29 agosto 2009

Caro direttore,

senza chiedere alcuna autorizzazione il tuo giornale si è appropriato di due miei scritti, uno del 20 settembre 2005 e uno immediatamente successivo alla pubblicazione del tuo scoop su Dino Boffo, pubblicandoli entrambi. Non me ne dolgo più di tanto, ho un minimo di profilo pubblico e quei testi erano pubblici, magari un filo di cortesia tra colleghi potrebbe sussistere, ma non è su questo che voglio tediarti. Voglio affrontare il nodo della questione che la rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire ha messo in evidenza ed è quello dei rapporti tra poteri in un contesto che vorremmo fosse sempre pienamente democratico.

Ho dato subito atto a te e al tuo quotidiano di aver compiuto bene il vostro lavoro citando la sentenza del tribunale di Terni: è un fatto, una notizia, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex. Hai smascherato una clamorosa ipocrisia e hai raccontato anche qualcosa della magistratura italiana, cui mi ero rivolto nel 2005 per avere copia degli atti della sentenza, sentendomi rispondere per iscritto che a quegli atti non potevo accedere, anche se pubblici e l'articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere "chiunque vi abbia interesse". Ma tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana.

Ho notato che i tuoi articoli del giorno dopo, forse per via della difficoltà in cui si è trovato Berlusconi, utilizzano toni più soft, dirigendo la bastonatura addosso al direttore di Repubblica. Dino Boffo si difende, la stampa "libera" fa quadrato attorno a lui e nessuno che abbia provato un minimo di pena per quella povera donna martoriata e molestata per via della passione del direttore di Avvenire per il di lei marito. La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo "attenzionati" dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese.

Io credo che la difesa d'ufficio di Boffo da parte della Chiesa italiana fosse inevitabile, mi preoccupa molto invece la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini. E qui veniamo al punto.

Il tuo articolo che svela le ipocrisie di Boffo e della Chiesa è un articolo giornalisticamente meritorio, che però semplicemente non avresti scritto se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi, così come non avresti pubblicato le tette di Veronica mentre lei era la moglie formale ma silenziona del Cavaliere, così come non avresti pubblicato la storia di Ezio Mauro che compra l'appartamento a nero se quello stesso comportamento lo avesse avuto Niccolò Ghedini.

Allo stesso tempo Repubblica non rivolgerebbe quelle stesse dieci insistenti domande all'ingegner De Benedetti e il Corriere della Sera e la Stampa evitano di dare risalto alla meritoria inchiesta di Maurizio Belpietro su Libero (ripresa anche da te) rispetto alla colossale evasione fiscale degli Agnelli. Ecco il nodo: ogni articolo, anche il giornalisticamente più valido, più capace di raccontare lo schifo ipocrita e profondo in cui sguazza ormai il nostro paese, si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione.

Si strumentalizza tutto, tutto è bastone per picchiare la banda avversaria, la verità diventa concetto puramente pirandelliano, la confusione regna sovrana e l'impressione è che questa condizione sia l'angolo buio in cui si è ficcata la nostra democrazia.

Sono preoccupato e non so neanche perché scrivo a te queste parole. Forse perché, lo devo ammettere con fastidio, mi sembra che la concorrenza fra le due principali testate vicine al Cavaliere sta generando un giornalismo molto aggressivo e quindi più capace di scoperchiare pentoloni purulenti che avvelenano da troppo tempo questo paese. Lo fai, lo fate, a senso unico e questo toglie validità al vostro lavoro ed è un peccato.

Io credo invece che il lavoro di Repubblica da Casoria in poi, le tue prime pagine sull'ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana (che allontana tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede) ma anche sul ministro terrorista iraniano che detiene un potenziale atomico, l'inchiesta di Belpietro sugli Agnelli, tutti questi sforzi di raccontare la verità, se composti a mosaico raccontino davvero la fotografia della tragedia del nostro paese. Sono tutte inchieste di parte, però, viziate da una manina che strumentalizza e così perdono di valore.

Forse però da questo angolo buio si può uscire. Con il giornalismo che faccia il giornalismo, la politica che faccia la politica, l'industria e la finanza che facciano l'industria e la finanza, partendo da un riconoscimento reciproco di legittimità e attendendo un'inchiesta dell'Espresso su un leader della sinistra e una tua sui festini spericolati di Berlusconi.

Il tutto partendo da un principio: chi sceglie nella vita di avere un profilo pubblico ne deriva molti onori (soldi e potere, di solito), quindi deve accettare di esporre la propria vita al giudizio altrui. E' inevitabile. Questo non significa sognare un'Italia in cui la classe dirigente sia composta da uomini irreprensibili, semplicemente significa lavorare per produrre una classe dirigente disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dei propri atti pubblici e anche di quelli privati con rilevanza pubblica, senza ricorrere alla ridicola arma del diritto alla riservatezza.

Questa Italia diversa, meritocratica e responsabile, non omertosa e finalmente libera da logiche mutuate sostanzialmente dallo stile mafioso, si può costruire: non è un sogno, è un progetto possibile. Passa anche, forse soprattutto, attraverso noi giornalisti militanti, noi che amiamo con nettezza le idee di una parte politica e ci battiamo affinché prevalga. Forse proprio la nostra libertà potenziale è una chiave con cui spurgare il marcio di questo paese.

Rendiamola libertà effettiva e coraggiosa. Non sarà un esercizio inutile.


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permalink | inviato da marioadinolfi il 29/8/2009 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (147) | Versione per la stampa

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