Libertà e predestinazione, poker e Dio
27 gennaio 2010
Sono quasi emozionato perché in cinquecento librerie esce il mio nuovo romanzo, a sei anni dall'ultimo, intitolato "La ricerca della costante" (Aliberti&Castelvecchi).
Le librerie Arion hanno ordinato duecento copie solo a Roma, esaurire in un baleno la prima tiratura da cinquemila è il sogno-obiettivo.

Il romanzo è dedicato a mio padre, di cui qui avete sentito raramente parlare.
L’ORGOGLIO DEL POKERISTA
Da “La ricerca della costante” di Mario Adinolfi (Aliberti&Castelvecchi, in libreria)
Adorato figlio mio di cui ancora non immagino neanche il nome, ti chiederai tra qualche anno che razza di padre ti abbia messo al mondo. E allora mi presento, in maniera che tu sappia bene chi sono e possa regolarti di conseguenza. Io sono una persona nata in mezzo al caos. Il tempo in cui sia a me che a te è stato concesso di vivere è un tempo dove ogni riferimento si è perso. Non c'è il vero e non c'è il falso, non c'è il giusto e non c'è l'ingiusto, non c'è il bello e non c'è il brutto. C'è il caso che regola tutto e allora ognuno deve essere fabbro della sua fortuna, utilizzando materiali di risulta. Vorrei darti una lezione paterna tutta incardinata sui valori e sul bene, ma sono parole senza senso. Esiste una sola dote che dovrai salvaguardare, per essere comunque un uomo degno: è la tua libertà. Sappi fin d'ora che l'incrocio tra la necessità di tutelare la tua libertà e l'ordine caotico delle cose genererà un conflitto permanente che sarà difficile dominare.
Per questo avrai bisogno di esercitarti. E l'unico esercizio non inutile è quello di provare a battere il caos attraverso la tua libertà. Ci sono molti modi per praticare questo esercizio, decisivo per la dignità di qualsiasi persona. Uno di questi modi è il poker e, figlio mio, te lo insegnerò fin da piccolo. Vedi, quando il dealer mescola le carte prima di darle coperte a ciascuno di noi giocatori, compie un'azione che non è esagerato definire metafora divina. Come Dio, il dealer mescola e consegna a ciascuno non solo la propria condizione, la propria identità, assegnando a chi due carte fortissime, a chi mediocri, a chi oggettivamente deboli. No, non è solo questo. Come ogni atto divino, che è ingiusto per natura perché regolato da una razionalità non percepibile e dunque sostanzialmente inesistente, anche quello del dealer è un atto che contiene anche un destino. Se avrò ricevuto due assi sarò certamente avvantaggiato rispetto a chi ha avuto in dote un due e un sette di colore diverso. In più nella mescolata del dealer è già contenuto l'andamento della partita: flop, turn e river sono già scritti, nessuno può modificarli, sono saldi nelle mani di chi dà le carte con le sorti già decise prima che le metta sul tavolo. Insomma, tutto sembrerebbe inutile davanti a questo somma ingiustizia divina: siamo predestinati, chi alla vittoria, chi alla sconfitta, chi alla salvezza, chi alla perdizione. Come si può intervenire per strappare il destino di ciascuno all'ineluttabile? Non converrebbe a questo punto essere fatalisti?
No, figlio mio. Non conviene. Non bisogna mai essere fatalisti. Certo, non puoi strappare il mazzo dalla mano del dealer, non può aggiustare le carte affinché si incastri la scala reale che hai sempre sognato, anzi, non conviene mai sognare. Conviene sapere però che nulla può essere scritto senza il nostro operare, senza che agisca il nostro libero arbirtrio. Siamo noi che scegliamo, quando le due carte ci sono state assegnate, se e come giocarle. Siamo noi a compiere la scelta decisiva. Sempre noi. Una mano di poker ti insegna l'importanza della nostra libertà anche davanti al destino già scritto dal caos o da Dio, che poi sono la stessa cosa.
Ecco, dominare questo caos, provare a dargli un ordine razionale in un tempo in cui sembra impossibile farlo, valutare quanto forte sia l'impronta che ciascuno di noi dà al proprio destino, battere il fatalismo, provare a ribaltare una condizione in cui c'è chi parte da una mano iniziale fortissima tentando di far prevalere con l'astuzia quella più debole, oppure mettere a massimo frutto due carte forti che il caso ci ha voluto assegnare, ecco tutto questo è la straordinaria libertà del pokerista, che è sempre alla ricerca della costante e la individua non nel saper come giocare una mano marginale fuori posizione, ma nel non sottomettersi alla condanna della casualità. Con quelle due carte in mano ci sentiamo pienamente uomini e apprendiamo il modo di esserlo anche lontano dal tavolo, figlio mio. Tuo padre è un pokerista. Un uomo così, insomma.
Un uomo che prova a non rassegnarsi all'idea che le carte siano assegnate, il mazzo già mescolato, i destini di ciascuno già scritti. E' un uomo che gioca, rilancia, bluffa, può persino mentire e tutto per dire al caos che no, non l'ha avuta vinta. Che la sua mano non la decide il caso, ma lui stesso e, vincitore o sconfitto, a lui stesso andranno rivolti complimenti o rampogne. Questa è, in sintesi, la libertà di cui devi andare a caccia, figlio mio. Libertà dall'idea che siano altri o altro a decidere. Decidi tu. Fallo con consapevolezza e raziocinio, affidanti all'intuizione o seguendo l'istinto, ma comunque fallo tu.
E' tutto quello che ci resta, in mezzo a questa tempesta senza ragione. La tua stella polare, la tua guida, la tua costante è solo la tua libertà. Il resto è accidente, il resto capita. Ma solo tu decidi e solo tu saprai quando andare all in, quando giocarti tutto e tutto davvero. E penserai che ad essere decisivo sarà l'esito di quella giocata. E invece ad essere decisiva è la libertà che avrai conservato per poter compiere quel gesto. Le carte che scendono sul tavolo, alla fine, sono solo un particolare.
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marioadinolfi il 27/1/2010 alle 13:47 | |