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a bersani

Ho rivolto a Pierluigi Bersani cinque domande che lo hanno molto irritato. In questo video, in assenza di sue risposte, vi do le mie.


Facebook è la Dc, Twitter è il Pci

22 dicembre 2011

Tutti hanno un profilo Facebook, anche mia madre che ha sessantacinque anni. Facebook è la Democrazia cristiana, è il social network un po’ mamma, milioni di iscritti, le foto dei figli, censurate le tette, si usa per fare sesso ma solo di nascosto.
Twitter è il Pci, meno iscritti di Facebook ma sempre milioni, con il Politburo delle twitstar che ingrossano le fila di seguaci acritici che si contano a decine di migliaia. Su Facebook è premiante essere banali, su Twitter è obbligatorio essere brillanti.
Il figlio del portiere ha Facebook, pure il portiere ha Facebook, quelli dell’attico vietano ai figli il profilo Fb e si divertono solo a twittare durante l’aperitivo.
L’avanguardia rivoluzionaria di Twitter non dialoga con nessuno, ma c’è e si vede: Riotta e Jovanotti twittano come ossessi tutto il giorno, Fiorello mica si sogna di aprire un profilo Facebook, pure Concita ha capito che Twitter in società si porta di più, anche se poi le è toccata una litigata con Sabina Guzzanti (altra twitmaniaca) da cui è uscita un po’ con le ossa rotte, cose da Comitato centrale della Fgci, vent’anni dopo.
Facciamo pure trenta. Nessuna star dello star system (quelli che erano comunisti perché «lo spettacolo lo esigeva, la canzone lo esigeva, la letteratura anche, lo esigevano tutti», rileggersi Gaber e ridere a crepapelle) si sognerebbe mai di fare a capelli con i colleghi su Facebook. Ma su Twitter, fa status.
Su Facebook si accapiglia la gente comune. È l’eterna sezione fanfaniana, una accanto ad ogni parrocchia, in cui ci si incontra tutti prima o poi perché la porta è sulla strada principale del quartiere. Su Facebook è perenne congresso di sezione: si parla molto di politica, sì. Il meccanismo dei commenti agli status facilita un dialogo più complicato su Twitter, dove comandano rituali per iniziati come gli hashtag o i FF (follow friday) che manco vi sto a spiegare cosa sono, o lo sapete o non lo sapete, o siete in grado di decrittarli oppure non lo sarete mai, un po’ come facevano i comunisti con Das Kapital o i trattatelli incomprensibili dei Quaderni Piacentini.
Su Facebook di politica si parla più alla buona, ma anche con più continuità. Su Facebook c’è la gente, su Twitter ci sono i politici, quelli di Opencamera capitanati da Andrea Sarubbi, certo, ma anche tantissimi neofiti che quando si sono affacciati sul social network fondato da Zuckerberg sono stati sbertucciati e presi a pallate e invece cinguettando cinguettando si sentono più riparati.
L’altra sera Guido Crosetto mi proponeva una sfida a poker e persino Sandro Bondi quand’era ministro twittava con continuità, da bravo (ex) comunista.
Poi, deve essersi depresso e ha smesso. Io ho applicato la lezione morotea: compromesso storico. Dalla scorsa settimana ho collegato l’account Twitter al profilo Facebook e viceversa. Ora le due cose sono una sola. Tipo il Partito democratico. Ma l’amalgama è faticosa. Noto che il metodo dei centoquaranta caratteri di Twitter ha egemonizzato la mia pagina Facebook.
E ho capito, allora, che il parallelo tra social network e partiti che furono non è poi così azzardato.
Mario Adinolfi (per il quotidiano Europa del 22.12.2011)



permalink | inviato da marioadinolfi il 22/12/2011 alle 15:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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