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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Al Quirinale Mattarella, Franceschini o Prodi

27 dicembre 2014

PICCOLA GUIDA PRATICA PER L'ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO
di Mario Adinolfi

Con il discorso di Capodanno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci saluterà, il suo settennato durato quasi nove anni si concluderà tecnicamente con le dimissioni formali il 14 gennaio 2015, dopodiché il presidente del Senato Pietro Grasso sarà Capo di Stato reggente fino all'elezione del nuovo inquilino del Quirinale che avverrà presumibilmente al quarto degli scrutini convocati dalla presidente della Camera Laura Boldrini, presumibilmente il 29 o 30 gennaio 2015. Questa è una piccola guida pratica utilizzabile dunque per il prossimo mese per evitare di dire e scrivere cazzate attorno a un'elezione determinante per gli equilibri di potere e per la storia italiana dei prossimi sette anni.

Cominciamo dai fondamentali. Chi elegge il presidente della Repubblica? Il Parlamento in seduta comune (630 deputati e 321 senatori) integrato da un numero esiguo (58) di designati dai consigli regionali. In tutto votano 1.009 persone che vengono definiti "grandi elettori". Per eleggere il presidente della Repubblica serve nei primi tre scrutini una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti l'assemblea (672 voti), dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta (505 voti). Può essere eletto presidente della Repubblica qualsiasi cittadino italiano che abbia compiuto cinquant'anni e goda dei diritti civili e politici. Dunque non Matteo Renzi (va per i 40 anni), non Enrico Letta (va per i 49 anni), non Alex Zanardi (va per i 49 anni), non Silvio Berlusconi (va per i 79 anni ma non ha i diritti politici).

Il numero più alto di grandi elettori è di gran lunga nel forziere del Pd: sono 446, più i 28 del raggruppamento satellite Autonomie-Psi-Pli. Il "Patto del Nazareno", cioè l'intesa Renzi-Berlusconi per cambiare Costituzione e legge elettorale che secondo alcuni conterrebbe anche un'intesa sul Quirinale, potrebbe agevolmente eleggere il nuovo presidente della Repubblica visto che numericamente il secondo gruppo di grandi elettori per quantità è proprio quello di Forza Italia con 143 voti a disposizione, più i 15 del Gal che nacquero proprio da una costola berlusconiana a inizio legislatura. Ne avrebbe 143 anche il Movimento Cinque Stelle, ma c'è chi parla di possibili nuove defezioni entro la data decisiva del 29 gennaio. Già oggi gli ex M5S arruolabili per le manovre in atto attorno al Quirinale sono 17. Alfano può contare su 63 grandi elettori targati Ncd, con l'area centrista che ha anche 33 voti targati Scelta civica e 28 di Per l'Italia-Udc. Chiudono il conteggio 39 grandi elettori leghisti, 34 di Sel e 9 di Fratelli d'Italia, più 11 "indipendenti" (senatori a vita più qualche apolide). Questi sono i numeri e prima di chiacchierare su chi sarà il prossimo presidente della Repubblica, contate. Contare fa sempre bene. I numeri spiegano tutto.

L'opzione "elezione al primo scrutinio", cioè superando la soglia dei 672 voti al primo colpo, prevede il coinvolgimento del Patto del Nazareno (Pd con 446 voti più i 28 satelliti, Forza Italia con i 143 voti più i 15 satelliti) d'intesa con l'intera area centrista (63 Ncd, 33 Scelta Civica, 28 Per l'Italia-Udc). Questo blocco potrebbe contare sulla carta su 756 grandi elettori complessivi e proprio in queste ore si sta lavorando per compattarli attorno al nome di Sergio Mattarella: 74 anni, docente universitario, più volte ministro, già vicepresidente del Consiglio, dell'area cattolica del Pd, dal 2011 giudice costituzionale. Il problema è che i 756 esistono, ma solo sulla carta. Sia il Pd che Forza Italia portano in seno un gruppo di franchi tiratori che proveranno a impallinare qualsiasi ipotesi di larga intesa al primo scrutinio, che risulterebbe un successo troppo rilevante per la strategia del Patto del Nazareno, dopo lo spettacolo osceno dell'elezione del presidente della Repubblica del 2013 con il Parlamento paralizzato dai veti e il ricorso alla rielezione di Napolitano per sbloccare l'impasse.

Se Renzi portasse a casa l'elezione del presidente della Repubblica al primo scrutinio dimostrerebbe una capacità imperiale da "pax renziana" che i suoi avversari interni non vogliono assolutamente gli sia riconosciuta. E così i sostenitori del gruppo Cuperlo-Fassina nel Pd, così come gli amici di Raffaele Fitto in Forza Italia proveranno a far saltare qualsiasi ipotesi di elezione al primo scrutinio. Quanti sono i franchi tiratori in tutto? Non più di una ottantina secondo i miei calcoli aggiornati. Ma come, diranno i politologi da scuola serale, a impallinare Prodi nel 2013 furono in 101 e tutti del Pd, come mai oggi i franchi tiratori sarebbero solo un'ottantina compresi gli amici di Fitto? Semplice. Perché tra quei 101 la parte del leone la fecero i renziani, che oggi ovviamente non sono più tra i franchi tiratori, per far saltare allora l'ipotesi di "pax bersaniana" che avrebbe condotto l'ormai ex segretario del Pd a Palazzo Chigi nonostante la batosta elettorale. Dunque tolti i renziani e tolti gli ex popolari, che pure impallinarono Prodi e oggi sono con Renzi, tolti anche i "giovani turchi" (Orfini e il capogruppo Speranza) ormai allineati e coperti sotto la tolda di Matteo, lo stesso Matteo che irridevano e tacciavano di parafascismo sulle colonne dell'Unità per tutto il 2012, diciamo che i franchi tiratori del Pd si sono ridotti a un drappello di una cinquantina di unità agli ordini dei giapponesi Cuperlo e Fassina. Una trentina fanno invece capo a Fitto.

I numeri sarebbero comunque a rischio. Togli ai 756 voti sulla carta un'ottantina di franchi tiratori e i 672 voti necessari a eleggere il presidente della Repubblica al primo scrutinio diventano ballerini, bastano un paio di raffreddori e si rischia l'imbarcata. Renzi non vuole fare figuracce e allora con ogni probabilità i primi tre scrutini trascorreranno tra scelte dei gruppi di votare scheda bianca o candidati di bandiera. Roba divertente, fa colore. Poi dal quarto si fa sul serio e se l'intesa c'è si cala l'asso di bastoni.

L'alternativa più realistica al nome di Sergio Mattarella si chiama Dario Franceschini. Il ministro della Cultura, già segretario e capogruppo del Pd, ha la stessa età che aveva Francesco Cossiga quando venne eletto presidente della Repubblica. Va per i 57 anni e è capace di riconoscere equilibri e rapporti di forza. Insomma, non sarebbe d'ostacolo alle volontà di Renzi. Almeno per ora. Nel caso di modifiche degli equilibri e dei rapporti di forza, vi si sa agilmente adattare. E' cattolico, ma anche divorziato risposato. Anzi, dalla giovane moglie Manuela sta per avere un figlio, novità che rinfrescherebbe e parecchio l'immagine quirinalizia. Come Cossiga, potrebbe essere un presidente inizialmente noioso e progressivamente sempre più sorprendente. Sconta l'astio manifesto di alcuni grandi elettori del Pd aggiuntivi rispetto al duo Cuperlo-Fassina. Il capogruppo Roberto Speranza e Matteo Orfini gliel'hanno giurata, i lettiani provano un odio fisico perché lo impersonano nel "tradimento" che portò il Pd a scaricare Enrico Letta proprio a favore di Matteo Renzi. Ma è il rapporto con Renzi che rende forte Dario, un rapporto denso e personale fin dai tempi antecedenti alla Margherita. Nella fase iconoclasta antiveltroniana Renzi lo definì "vicedisastro", è vero, perché Franceschini era il vice del primo segretario del Pd. Ma Renzi sa anche che la sua scalata al Pd è stata favorita da un'intervista estiva in cui proprio Franceschini modificò gli equilibri interni annunciando il suo passaggio atletico dalla compagine bersaniana a quella renziana alle primarie 2013. Renzi non ha dimenticato, anche se non è la gratitudine la caratteristica primaria del presidente del Consiglio.

Dal quarto scrutinio in poi i nomi possono essere tanti: Pierferdinando Casini si gioca la piccolissima chance di essere estraneo al Pd, come chiede la pattuglia di Alfano, ma è un nome troppo polveroso per i gusti di Renzi che pure lo tiene in grande considerazione politica; Berlusconi finge di essere pronto pure a trangugiare il nome di Romano Prodi in cambio di "garanzie" (quali, è facile intuirle) e sarebbe il capolavoro di Renzi portare al Quirinale quello che i suoi hanno impallinato un anno e mezzo fa, me personalmente credo che Forza Italia non potrà sostenerlo, anche se c'è chi mi giura che sarà proprio il Professore il successore di Napolitano. Metto alla rinfusa tra i papabili: il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, quello della Difesa Roberta Pinotti (vera star dei fan della quota rosa), l'ex segretario del Pd Pierluigi Castagnetti fortemente sponsorizzato da Graziano Delrio, lo stesso Graziano Delrio.

Toglietevi dalla testa i nomi fantasiosi. Di Alex Zanardi ho già detto. Non sognate Milena Gabanelli, Stefano Rodotà, Riccardo Muti, Renzo Piano, Emma Bonino, Roberto Benigni o Gino Strada al Quirinale. Non accadrà, il sistema non affida se stesso a un parvenu o un cane sciolto, questo non è un film con Claudio Bisio. Questo è un complesso e raffinato gioco tutto interno al sistema politico, le cui chiavi di comprensione sono tutte e solo politiche, legate ad alchemiche formule derivanti dai rapporti di forza. Se volete parlarne, parlate di questo. Il resto è pura chiacchiera. Poi, tra un mese, mi direte se ho avuto ragione.




permalink | inviato da marioadinolfi il 27/12/2014 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

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