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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Sulla questione della donna sottomessa

23 gennaio 2015

La giornalista di Canale 5 Francesca Barra ha commentato l'intervista a mia moglie Silvia che qualcuno di voi ha già letto sul tema della "sottomessa" http://www.lettera43.it/…/adinolfi-pardolesi-non-e-sessista…dimostrando coraggio. Forse tutta questa fatica non è inutile, forse qualche intelligenza si accende anche tra chi, come la collega di Matrix, non crede. Queste le parole per niente banali di Francesca, che voglio titolare con una sua frase:

ABBIAMO ACCETTATO TANTE CARICATURE DI AMORE
di Francesca Barra

L'intervista di Silvia Pardolesi, moglie di Mario Adinolfi, ha scatenato un dibattito che io reputo utile e coraggioso. Ha parlato di "sottomissione", qualcuno le ha obiettato che l'intera intervista smonta anni di emancipazione femminile. Io, invece, ho avuto voglia di leggerla e rileggerla e, sebbene non sempre sia stata d'accordo con suo marito, ho sempre riconosciuto la sua onestà intellettuale. E dunque, dopo tanto dibattere su "Charlie Hebdo" e libertà di espressione, mi stupisco che poi siate pronti a chiudere così facilmente e in modo retorico, liquido ed inconsistente, un argomento che coinvolge amore, dignità e matrimonio. Potete non essere d'accordo, ma quanto è interessante- e dunque faticoso lo so- mettersi in discussione per una volta, invece di aggredire lei o il suo modo di amare?
In fondo non l'ha imposto a voi. Forse ha toccato nervi scoperti, forse il confronto con la miseria di alcuni sentimenti, ci piega. 
Abbiamo accettato tante caricature di amore, di quel sogno primitivo e romantico che abbiamo abbandonato troppo presto.
Io ho provato istintivamente invidia. Perché non sono in grado di amare così. E lo riconosco. Mi piego difronte a tanta bellezza, anche se diversa da me. Ma dove c'è onestà, intelligenza, io mi fermo. Vado oltre. 
In tanti mi giudicano una donna di successo, spesso mi chiedono come io faccia a conciliare tutto. Immagino che pensino che abbia madri, tate e personale vario a mia disposizione. Vi sbagliate. E anche questa è emancipazione. Aver voluto una famiglia non perché faccia curriculum, ma per crescerla personalmente, accudirla. Non ho la tata fissa, non ho una suocera e mia madre abita talmente distante da me, che la vedo forse quattro volte l'anno. 
Ha trascorso la sua vita dimostrando amore e dedizione a mio padre. Non per questo ho provato disgusto per lei. Anzi. E' il più alto esempio a cui tendere. Lo ama ancora, dopo quarantacinque anni. E' il primo e ultimo amore della sua vita. La invidio mi madre, sì. Magari riuscirci.
L'ha preso per mano, sostenuto. Come ha fatto con noi. Ed è bella, davvero bellissima. E colta. Mia madre, bolognese trapiantata in Basilicata, fedele ad un solo uomo, alla famiglia, rigorosa e allegra, per niente cupa, per niente triste, è la mia donna ideale. Ancora oggi, quando mi chiama, mi chiede se ho comprato la carne in macelleria e non dove sia incerta la provenienza. Se sia andata al mercato a comprare la verdura, invece che fidarmi di confezioni plastificate.
Mi diverte mia mamma, se condividiamo anche scene di vita ordinaria, da donne. 
Ecco a cosa ho pensato in queste ore. A queste donne non ordinarie, oggi. Che hanno il coraggio di amare totalmente. E di sorridere, come Silvia sorride a Mario. Con l'anima.
Mi sono sentita improvvisamente piccola. Anche se sono sposata da dodici anni e ho due figli.
Ma poi, forse anche se non ho mai avuto un matrimonio da mulino bianco, ci siamo amati, allontanati, tradito aspettative e perdonato scivolate, ho pensato che dentro la nostra anima, scorre la stessa medesima aria. Aria di famiglia, di pace, di ricerca.
Mi ritengo una donna che non subisce il suo ruolo, non mi mortifica occuparmi e gestire la casa. Di contro, però, non faccio come molte donne che si dicono emancipate e poi accettano che il marito non cambi i pannolini ai bambini, subiscono corna a destra e a manca senza porsi qualche interrogativo etico. Per me si è genitori con identiche responsabilità, pur sapendo che non siamo affatto uguali, uomini e donne. Ma si può trovare il giusto equilibrio.
A me manca la fede. Per questo ammiro e rispetto chi la pratica. Qualsiasi religione. E rispetto i credenti. Per questo ho voluto comprare il corano. E rileggere la Bibbia. Perché la conoscenza è libertà.
Di contro, per quanto sia diventata "normalità" a me gli uomini che si scambiano sms con gli amici da adolescenti su segretarie da "scopare" , o che fanno fare figli alle mogli come fosse un punteggio da curriculum, che si coprono e pensano che indipendenza e emancipazione sia "scoparsi" appunto le altre, magari ragazzine acerbe spregiudicate e vuote che non valgono un'unghia della compagna ufficiale, ma forse proprio per questo...
O le donne che fanno lo stesso allenamento, senza sentirne mai, nemmeno un istante il peso, ecco... 
A me questi individui che non cercano un senso nella vita, che non si interrogano sulle proprie azioni, che pensano che sia più normale questa liquidità di principi, queste persone mi spaventano. Non mi fanno ridere, sobbalzare il cuore. Mi fanno pena...
Però... E' pieno di solidarietà sulle loro bacheche a libertà di espressione, emancipazione e amore.
Allora un'intervista come quella di Silvia a me serve come balsamo. Perché un mondo che quantomeno a interroga, esiste. E a me piace. Anche se non ho spesso condiviso le posizioni di suo marito, ho l'umiltà di riconoscere la sua onesta intellettuale . Siete pieni di incoerenze. Fate male al prossimo. Non vi stupite mai di chi si ama ?
Non equivocate il senso delle sue parole. Dibattete. Ma non offendetela.
"Se sentirsi sottomessa significa essere al servizio della mia famiglia e, quindi, fare tutto ciò che è in mio potere per rendere armoniosa la vita insieme a mia figlia e mio marito, allora sì, sono sottomessa."



Della questione ha scritto anche Elisa Calessi di Libero sulla sua pagina Facebook e mi ha fatto piacere perché Libero ha fatto un titolo un po' cretino riprendendo l'intervista di Silvia. Questo ha scritto Elisa:


E così anche Silvia Pardolesi, moglie di Mario, è finita nel mirino dei difensori della libertà di espressione, di vita, di amore sesso e rock and roll ma solo se nei modi e contenuti decisi da loro. Con tanti saluti a Je suis Charlie che giorno dopo giorno si sta rilevando la solita bandiera ipocrita. 
Non entro nella battaglia di Mario e de La Croce. Qui mi interessa solo dire che Silvia, per quel poco che la conosco incrociandola ogni domenica nel "kindergarten" che è diventato la parte in fondo di Chiesa Nuova , è l'opposto della donna repressa o non emancipata che l'idiozia di molta stampa ha voluto appiccicarle per quella parola, sottomessa, nobile e profonda se solo se ne guardasse l'etimologia e il senso. L'intervista che ha fatto a Lettera43 mi è piaciuta molto. E' stata coraggiosa, limpida, determinata ma senza astio. Ha raccontato la bellezza anche faticosa di un rapporto che è come i tronchi degli alberi. Fatto di corteccia e linfa. E che peró descrive l'amore per cui siamo fatti. Perché il "per sempre" lo vogliamo tutti. L'esclusività è il tessuto di quel mistero che ci fa desiderare una persona. Lo si voglia, lo si riconosca o no. Ha difeso con intelligenza e libertà suo marito. Con quella libertà che i difensori di cui sopra si sognano. Volevo ringraziarla pubblicamente e scusarmi per le stupidaggini che molti della mia categoria hanno scritto. Brava Silvia.



permalink | inviato da marioadinolfi il 23/1/2015 alle 14:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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