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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Che schifo (di Marco Travaglio)

12 giugno 2007

Io non sto simpatico a lui, lui non sta simpatico a me, ma come si fa a dire che Marco Travaglio non ha ragione?

Se in Italia non esistesse Berlusconi con la fairy band dei Previti e dei Dell’Utri, ce ne sarebbe a sufficienza per chiedere le dimissioni di Massimo D’Alema da vicepremier, di Piero Fassino da segretario dei Ds e di Nicola Latorre da vicecapogruppo dell’Ulivo al Senato. Quello che emerge dalle loro telefonate con Giovanni Consorte (e, nel caso di Latorre, anche con il preclaro “compagno” Stefano Ricucci) ha un solo nome: conflitto d'interessi, e dei più gravi.

Naturalmente tutto il dibattito è falsato dalla presenza in Parlamento di Berlusconi e della fairy band, al cui confronto il gravissimo conflitto d’interessi Ds-Unipol-coop rosse impallidisce. Ma in un paese normale (espressione cara a D’Alema), nel quale dunque Berlusconi & C. fossero già stati sbattuti fuori dalla vita pubblica, i telefonisti rossi se ne dovrebbero andare su due piedi.

Fassino doveva incontrare il banchiere Luigi Abete (chissà perché, poi) e non sapeva cosa dirgli: perciò chiedeva a Consorte di scrivergli i testi. Poi si lamentava perché Chicco Gnutti era andato a una cena elettorale di Berlusconi: credeva che anche lui fosse un “compagno”, solo perché aveva partecipato all’orrenda scalata Telecom insieme a Consorte e Colaninno, e osservava che Gnutti stava puntando sul cavallo sbagliato, il Cavaliere, che prevedibilmente di lì a un anno avrebbe perso le elezioni.

Intanto Latorre amoreggiava con Ricucci, un tipo che Enrico Berlinguer non avrebbe sfiorato nemmeno con una canna da pesca. Ci scherzava, lo trattava da pari a pari, faceva il tifo per lui.

D’Alema, che com’è noto è molto intelligente, avvertiva Consorte delle possibili intercettazioni telefoniche (“attenzione alle comunicazioni”) parlandogli al telefono: una mossa davvero geniale, machiavellica, volpina. Poi lo esortava ad “andare avanti” nella scalata alla banca romana, abbandonandosi a un tifo da stadio (“facci sognare!”). E si occupava personalmente della quota detenuta in Bnl da Vito Bonsignore, pregiudicato per corruzione nonché europarlamentare dell’Udc.

Stiamo parlando dei tre massimi dirigenti dei Ds che, due estati fa, negavano spudoratamente di essersi occupati dell’Opa di Unipol alla Bnl, affermando di essersi limitati a rivendicare il buon diritto dell’assicurazione delle coop rosse a partecipare alla contesa bancaria. Latorre negava addirittura di aver passato il suo telefono a D’Alema perché parlasse con Consorte. I cavalli sui quali questi insigni statisti puntavano sono poi finiti tutti sotto inchiesta per gravissimi reati finanziari. Ricucci addirittura in galera e in bancarotta. Consorte e Gnutti hanno condanne non definitive per insider trading.

Se questa non è una gigantesca “questione morale”, come solo Parisi, Di Pietro e pochi altri politici dissero fin dall’estate 2005, non si sa proprio che cosa lo sia. Ma, nelle reazioni del Botteghino alla divulgazione di brani di intercettazioni, non c’è un’ombra di autocritica, di ripensamento, di riflessione. Anzi si sentono e si leggono frasi copiate pari pari dalla propaganda berlusconiana e craxiana: “veleni”, “attacco”, “operazione scandalistica”, fughe di notizie”, “circuito mediatico-giudiziario”.

Condite con attacchi vergognosi alla giudice Clementina Forleo, che ha fatto semplicemente il suo dovere, applicando una legge demenziale - la Boato - varata da destra e sinistra amorevolmente a braccetto nell’estate 2003. Se ieri, per tutta la giornata, sono usciti brandelli di intercettazioni, è soltanto perché, con una decisione giuridicamente inedita quanto discutibile, il vertice del Tribunale di Milano ha stabilito che gli avvocati difensori degli 83 indagati del caso Antonveneta potessero soltanto prendere appunti dalle centinaia di pagine di trascrizioni, ma non prelevarne copia.

Se, come dovrebbe avvenire in un paese civile, e come infatti avviene in America e in Inghilterra, gli atti giudiziari non più segreti venissero messi integralmente a disposizione delle parti e anche della stampa, si saprebbe tutto subito, e si eviterebbe di costringere i giornalisti a pendere dalle labbra di questo o quell’avvocato, a fidarsi dei loro appunti non certo completi né disinteressati. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Ma qui non c’è alcun “attacco”, nessuna “operazione”, nessun “circuito mediatico-giudiziario”.

Si chiama, molto più semplicemente, “informazione”. I cittadini da oggi sanno qualcosa in più delle scalate bancarie illegali all’Antonveneta, alla Bnl e alla Rcs avviate dai furbetti del quartierino sotto l’alta protezione dello sgovernatore Fazio, dell’allora premier Berlusconi, dei vertici dei Ds, della Lega Nord e di Forza Italia (ci sono anche i berlusconiani Cicu, Grillo e Comincioli, al telefono con Fiorani). Ed è doveroso che sappiano, visto che su quelle telefonate il Parlamento sarà chiamato molto presto a votare pro o contro l’autorizzazione a usarle nei processi ai furbetti.

Invece il senatore-avvocato Guido Calvi, già difensore di Ricucci e di D’Alema, nonché attuale difensore dell’ottimo Geronzi, dunque in pieno conflitto d’interessi anche lui, dice cose assurde contro i giudici di Milano e contro i giornalisti. Invoca interventi della Procura per “bloccare” le notizie che doverosamente la libera stampa fornisce ai cittadini. E chiede l’immediata approvazione al Senato della legge-bavaglio-Mastella, già varata dalla Camera con maggioranza bulgara: tutti i partiti affratellati, nessuno escluso.

I voti del centrodestra all’ennesima porcata non mancheranno: Berlusconi ha già solidarizzato con D’Alema e D’Alema ha già solidarizzato con Berlusconi per la splendida contestazione (uova a parte) subìta da Bellachioma a Sestri Ponente. E la Cdl ha già annunciato con non userà politicamente quelle telefonate, onde evitare che a qualcuno, a sinistra, salti in mente di usare i gravissimi reati della fairy band berlusconiana per rinfacciare finalmente la questione morale alla destra.

Persino Veltroni perde la testa e vaneggia di “crisi del sistema democratico”: ma non per il contagio del conflitto d’interessi che infetta il maggior partito della sinistra, bensì perché è finalmente affiorato alla luce del sole. Come se il problema non fosse ciò che i suoi compagni dicevano al telefono con personaggi ben poco raccomandabili, nel pieno di un’Opa e di una contro-Opa, in spregio alle più elementari regole del libero mercato; ma il fatto che finalmente tutto ciò stia venendo fuori. Hai la faccia sporca? Invece di andarti a lavare, dai la colpa allo specchio che la riflette. E tenti di romperlo, lo specchio, per non vedere mai più la faccia sporca. Che schifo.


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permalink | inviato da marioadinolfi il 12/6/2007 alle 16:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (95) | Versione per la stampa

D'Alema e le amministrative

11 giugno 2007

D'Alema voleva sognare con Consorte, Ricucci puntava alla tessera dei Ds, Latorre considerava Fassino uno che non capisce nulla, a Taranto il Partito democratico si fa più che doppiare dal candidato della sinistra radicale, in Emilia Romagna (Parma) e Toscana (Lucca) le busca dalla Casa delle Libertà.

Forse è il caso che questi quattro cialtroni si facciano da parte, il Partito democratico lo costruiremo noi (noi che lorsignori non vogliono veder neanche dipinti) per il bene del paese e di quel che resta del centrosinistra italiano.

Contundenti contro lealisti (da "Europa")

12 aprile 2007

La blogosfera che si occupa di politica è scossa in queste settimane dalla decisione di Ivan Scalfarotto di aderire ai Ds, decisione che è curiosamente arrivata proprio nei giorni in cui il fu candidato alle elezioni primarie “contro le oligarchie di partito” chiudeva il suo blog per il restyling, che è finalmente concluso. Sia detto, il lavoro è stato ben fatto e ora il blog di Ivan (www.ivanscalfarotto.info) è davvero migliorato e l’occasione era ghiotta per replicare alle critiche che gli sono piovute sul capo dopo l’annuncio della sua scelta, compiuta attraverso uno zuccheroso scambio di lettere con Piero Fassino. Si dà il caso che Scalfarotto consideri le critiche che gli sono arrivate tramite questa rubrica quelle che “in qualche modo le ha riassunte tutte, per forza e completezza”. E dunque a me risponde, in un lungo e appassionato post che viene ripreso anche da One More Blog (www.onemoreblog.it) un luogo assai autorevole della blogosfera, assunto come campo neutro dove far tenere la nostra sfida. Che non è solo nostra.

C’è infatti chi potrebbe obiettare: ma farvi una telefonata, no? Ce la siamo anche fatta, ma non è questo il punto. Il confronto tra “quelli come noi” e “quelli come Scalfarotto” racconta una faglia che divide in due la blogosfera italiana e non solo nel suo rapporto con il nascente partito democratico. C’è il segmento “lealista”, dove la scelta di Ivan si accompagna ad appelli come quello (leggibile su www.britten.ilcannocchiale.it) dei quaranta consiglieri, capi segreteria, addetti stampa e portaborse dei vari Rutelli, Gentiloni, Lanzillotta, Melandri, Nicolais; poi c’è il segmento “contundente” in cui si colloca l’esperienza di Generazione U insieme ad altri frammenti della blogosfera, ad altri segmenti di società. Da una parte chi sta "dentro" (qualche volta ben comodo), dall'altra chi sta "fuori". Il confronto, talvolta lo scontro, tra lealisti e contundenti genera un’energia che considero tutta positiva se convogliata in un dibattito costruttivo.

Scalfarotto spiega sul blog la sua differenza d’impostazione rispetto a quanto sostenuto da Generazione U, e da me in questa rubrica, così: “Credo che la nostra battaglia sia assolutamente la medesima. Come dice Mario (cito quasi testualmente) quella di contribuire a fondare un partito libero, forte e di massa che vada sotto il nome di Partito Democratico. Su questo siamo assolutamente allineati. Dopodiché Mario pensa che per fare questo si debba provare a creare un movimento che punti allo scontro con le oligarchie dei partiti e che, spaventandole, le costringa ad arrendersi alle nostre condizioni, alzare bandiera bianca e finalmente rinnovare partiti, politica e paese. Pur simpatizzando grandemente - anzi, facendo quasi il tifo - per questa eroica e pure un tantino ottimistica visione da coltello tra i denti, io faccio un po' fatica a sentire mie non certo le finalità dello sforzo, ma gli strumenti che si vorrebbero utilizzare. Saranno l'età, o l’aplomb che mi è rimasto appiccicato addosso dagli anni di Londra, ma a me viene più naturale ispirarmi alla tranquilla perseveranza gandhiana che alle pistolettate e ai baffi a manubrio alla Emiliano Zapata”.

Ora, la spiegazione di Scalfarotto è, a mio avviso, parziale e sbagliata. Non ci stiamo dividendo sul metodo tra gandhiani e zapatisti, questa è ovviamente una caricatura. Ci stiamo dividendo rispetto all’obiettivo, che Ivan dichiara essere comune, di “contribuire a fondare un partito libero, forte e di massa che vada sotto il nome di Partito democratico”. Ma li leggete i sondaggi? Quelli che su Repubblica danno il Pd al 25% e sul Corriere della Sera al 23%? Secondo voi è un dato casuale? O forse il metodo dell’iscriversi “lealmente” ai Ds, di fare l’appello dei quaranta giovani portaborse, del non creare mai un luogo di dibattito e di apertura vero, dove si discuta sul come e sul perché, di accontentarsi dei congressi truccati dove sono già state stabilite tutte le scale gerarchiche della futura oligarchia, con tanto di utili idioti chiamati “a fare la società civile”, non sta facendo fallire tutto il progetto? State direzionando la freccia sull’obiettivo sbagliato, caro Ivan. Pensate che conti solamente chi sta al timone e non dove stia dirigendo la barca. Noi vi stiamo facendo vedere gli scogli, urlando e picchiando, perché è l’unico modo per salvare l’obiettivo comune di vedere il porto.


Parisi e Veltroni e Barbareschi

1 aprile 2007

Parisi: "I congressi si sono svolti in un clima di diffusa illegalità, sono stati solo lotte di potere". Vedete che a forza di picchiare, le crepe si aprono? Daniele Capezzone nella rassegna stampa di Radio radicale ha ricordato che il sassolino l'abbiamo fatto rotolare noi ed ora viene giù la valanga.

Veltroni: "Il Pd deve essere davvero democratico, magari con delle diversità al suo interno ma con dialettica, persone e cultura nuova". E anche questa, non è forse roba nostra? I Trecento non li hanno ancora ammazzati che già si sta formando l'esercito di Platea (andare a vedere il film tratto dal fumetto di Frank Miller sulle Termopili per comprendere il riferimento).

E abbiamo trovato anche il tempo (ore 12 in replica su la7) di far fare brutta figura a Luca Barbareschi che si è messo ad esaltare Mussolini e Franco. Perché forse non l'abbiamo detto abbastanza: anche via Youtube noi andiamo all'attacco contundente dei Fassino e dei Rutelli, che stanno sbagliando tutto perché vogliono un Pd che sia adattato alla mera esigenza di regalarsi altri dieci anni di vita politica, ma non dimentichiamo mai chi sono i nostri veri avversari.

I nostri avversari sono quelli che credono all'Uomo della Provvidenza, che hanno nostalgia di un passato che non dovrà tornare mai, che rimpiangono persino il fascismo, che non vedono l'ora di assegnare una delega in bianco a qualcuno, per sentirsi deresponsabilizzati e continuare le lamentazioni nei bar o in tv.
 
Noi sappiamo che questa democrazia non va, ma vogliamo un partito realmente democratico perché vogliamo dilatarla e dilatarne i confini. Per raggiungere questo obiettivo noi non deleghiamo la nostra responsabilità a nessuno.

E a chi rimpiange i tempi in cui questa responsabilità, che è il vero nome della libertà, veniva conculcata, gliene gridiamo quattro sul muso.

Scalfarotto si iscrive ai Ds

31 marzo 2007

Io voglio davvero bene a Ivan Scalfarotto e gli ho sempre riconosciuto di essere una persona coraggiosa. Ora però Piero Fassino ha dato alle agenzie di stampa una lettera in cui Ivan scrive: "Desidero sottoporti formalmente la mia richiesta di iscrizione ai Democratici di Sinistra".

Nei giorni in cui, come Generazione U (qui le decisioni assunte oggi dal nostro coordinamento nazionale), abbiamo aperto il fronte nel modo più duro possibile sia con i Ds che con la Margherita per far sì che il partito democratico che noi vogliamo sia diverso da quello che vogliono loro, leggere quella frase è stato come ricevere una coltellata nella schiena.

Ivan, quelli giocano a fotterti e lo sai. Non incatenarti, se sei ancora in tempo, non tradirci. Non permettere loro di esporti come trofeo. Già da oggi, ne sei consapevole, lo hanno fatto.

Loro sono quelli che noi dobbiamo battere. E so che qualcuno ti consiglia: "If you can't beat them, join them". Ma è un'idea sbagliata. Mai come oggi sono convinto che "if you can't beat them, beat them".

Proprio nel momento in cui i Perpetui sembrano imbattibili, fare partito con loro è un errore. E batterli attraverso un'azione continuamente contundente è l'unica opzione accettabile.

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