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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Famiglia contro famiglie

8 maggio 2007

In molti mi chiedono cosa farò sabato, quale piazza sceglierò, se starò con la famiglia cattolica o con le famiglie laiche. Diciamo che avrei il curriculum per stare sia a San Giovanni che con il Coraggio Laico: sposato a vent'anni, padre a venticinque, separato a ventotto, traditore piuttosto incallito ma ormai invecchiato. Insomma, ho avuto la famiglia e sono stato parte delle famiglie. Non coltivo però in materia nessun approccio ideologico. E mi sembra che sia dietro il Family Day che dietro l'appuntamento di piazza Navona ci sia lo stesso tentativo di diktat.

Con una differenza.

La famiglia tradizionale, quella madre-padre-figli, rappresenta il tessuto connettivo vero della nostra società. Numericamente non c'è paragone e sabato la questione verrà resa plasticamente evidente. A piazza San Giovanni ci sarà mezzo milione di persone, a piazza Navona sì e no ventimila e vi spiegheranno che il problema è che la Chiesa ha speso molti più soldi. Invece bisogna guardare i numeri: la popolazione italiana è composta da ventidue milioni di nuclei familiari, tolte le persone sole, restano sedici milioni e mezzo di coppie sposate. Trentatre milioni di individui, più i figli. Poi esistono cinquecentomila coppie stabili che vivono sotto lo stesso tetto e non sono coniugate. Ecco perché sabato una piazza sarà strapiena e nell'altra si proverà a far montare il gusto di essere minoranza. Ma la verità è che l'Italia vera, quella profonda, è imperniata sulla famiglia tradizionale. Verso di essa, politicamente, deve essere rivolta la maggiore attenzione. Il Partito democratico, ad esempio, non può essere equidistante. Oggi persino il quotidiano su cui scrivo, Europa, ha voluto mettere in prima pagina tre editoriali con tre posizioni diverse: Federico Orlando per piazza Navona, Enzo Carra per il Family Day, Roberto Giachetti per il né-né. Un grave errore, a mio avviso.

Non possiamo continuare questo balletto degli equivoci, il Partito democratico deve darsi una linea, principalmente in materia di famiglia e questa linea non può che essere la più vicina possibile, anche in termine di risorse impiegate, ai bisogni della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, sull'impegno assunto in forma stabile di fronte alla società.

Poi, io non sono contrario ai Dico o a cose che riconoscano diritti a coppie omosessuali o di fatto, ma è evidentemente un problema di tutt'altra (e sostanzialmente minima) portata, buono per appassionare quella solita platea di radical chic che si sente figa a impegnarsi in battaglie marginali che non costano nulla e fanno sentire tanto "de sinistra".

E allora sabato, se proprio non avrò di meglio da fare, metto in programma un giretto a piazza San Giovanni, così, solo per far innervosire i fighetti delle battaglie alla moda.

Non vogliamo partecipare, vogliamo decidere

13 aprile 2007

Oggi è uscito su Europa questo mio articolo a cui tengo molto, perché segnala la differenza sostanziale al "tavolo della trattativa" a una settimana dai congressi di Ds e Margherita: ci offrono luoghi di partecipazione, non hanno capito che noi vogliamo luoghi di decisione. Partecipare per ratificare decisioni prese da altri non è solo inaccettabile sul piano logico, è anche totalmente inutile.

In molti si chiedono perché non ci sia entusiasmo attorno alla nascita del Partito democratico. La ragione può essere ricercata nel motivo per cui non c’è entusiasmo attorno ad un innovativo tentativo di e-democracy messo a punto dalla Regione Toscana, un tentativo che si lega alla stesura della nuova legge sulla partecipazione, primo testo in Italia su quella che viene pomposamente definita “inclusione democratica”. È stato infatti messo a punto un blog, raggiungibile all’indirizzo
www.regione.toscana.it/partecipazione, con cui si intende stimolare commenti e opinioni dei cittadini attorno alla nuova normativa. Sul sito tal Agostino Fragai, assessore regionale alle Riforme Istituzionali, al rapporto con gli Enti Locali e alla partecipazione dei cittadini, spiega il senso di una normativa che nasce proprio dalla volontà di trovare nuove connessioni tra il cittadino e la politica, e in questo senso l'utilizzo della rete per un testo del genere apparirebbe del tutto naturale. Di più. Secondo Fragai il blog è un modo in più "per continuare a rendere partecipata la stesura di questa legge". Ora Fragai e altri si stanno chiedendo perché dal 4 aprile, data in cui è apparso sul blog un primo post che descrive il senso dell'iniziativa online, nessuno ha risposto. Eppure tutto sembrerebbe andare nella direzione sempre anche da noi invocata. Se non fosse per due dettagli: che in rete il meccanismo verticale (dall’alto verso il basso, dalle istituzioni verso il “pubblico”) non funziona quasi mai. E che della concessione del diritto a partecipare, on line e altrove, non ce ne facciamo niente, nel senso che è garantito dalla Costituzione, non è graziosamente concesso da questa o quella istituzione. Non è una novità, insomma. Il diritto a partecipare c’è sempre, è quello a decidere che vogliamo. On line e altrove. Su questo si combatte la battaglia anche di questi giorni nel cantiere che dovrà costruire il Partito democratico.

L’esperienza della blogosfera che si interessa di politica ha visto saltare tutte le mediazioni e ha costruito un luogo della decisione, dell’auto-organizzazione, dell’auto-determinazione. Ridurre tutte queste esperienze a una mera concessione di diritto alla partecipazione, risulterebbe poco interessante. Gli strumenti che dal web vengono reclamati sono assai più cogenti e di fatto possono essere riassunti in due parole: democrazia diretta. In termini più articolati si può dire che il modello di partito a cui si punta è quello totalmente orizzontale sperimentato nella dialettica via blog: pari condizioni di partenza, l’autorevolezza screma “il grano dal loglio” e costituisce presupposto per la determinazione delle leadership.

In rete ci si interroga anchesugli strumenti: primarie per le candidature a tutti i livelli, come è ovvio. Ma anche la necessità di fare della tessera del Partito democratico una smart card per partecipare a votazioni on line sia sulla determinazione delle cariche che, cosa più importante, sulle grandi scelte programmatiche che il partito sarà chiamato ad assumere. Decisioni condivise, che sarebbero così pienamente legittimate, secondo lo schema del “socialismo ciudadano” che è l’elemento forse migliore e più moderno dello zapaterismo spagnolo.

Da questo punto di vista sono d’accordo con il ministro Paolo Gentiloni quando sull’ultimo post del suo blog (www.paologentiloni.it), facendo riferimento allo sciopero della fame del deputato-blogger Roberto Giachetti (www.robertogiachetti.it) scrive: “Il metodo di lotta non violenta va preso dunque sul serio. E visto che l'obiettivo è giusto (fare presto col partito democratico) approfittiamo anche dell'impegno di Giachetti per fissarla questa benedetta data della Costituente. Fissandola (spero si decida  prima dei congressi ds e dl) avremo una certezza in più sul percorso del partito democratico. E soprattutto diremo a tutte le persone interessate al nuovo partito che questo non si esaurisce nella casa dei partiti esistenti e che una volta sciolta ogni riserva da parte dei congressi di Ds e Margherita comincerà davvero una pagina nuova. I Congressi dei partiti sono la premessa, ma la novità vera deve venire dalla Costituente”. Tutto vero e tutto giusto: allora, diteci la data. Ma le regole sarà bene scriverle insieme. Altrimenti ancora una volta la verticalità dei processi oltre alla confusione tra concessione del diritto a partecipare e necessario riconoscimento del diritto a decidere, potrebbero compromettere la novità e la serietà di tutto il percorso.

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