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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Libertà non si scrive in cinese

7 gennaio 2006

La mia rubrica sul quotidiano Europa ha preso il via il 3 novembre scorso, oggi è uscito il cinquantesimo articolo e forse è il più importante. Quel che francamente mi dispiace è che ci appassioniamo a tutte le minchiatelle di cortile, litighiamo per settimane sul minimo sospiro di Fassino o D'Alema (a proposito, agghiacciante l'intervista di oggi all'Unità e violenta la querela annunciata al Foglio). Ma se digitiamo nel motore di ricerca del Cannocchiale i nomi di Shi o Zhao troviamo appena una manciata di post. Eppure questa visione cinese della prosperità che si ottiene più facilmente se non c'è libertà, è il vero rischio mortale per la nostra civiltà.

CAPITALISMO SENZA DEMOCRAZIA: A MICROSOFT PIACE
di Mario Adinolfi per Europa

Libertà non si scrive in cinese
La paura più grande di questo inizio millennio? Al principio fu il millennium bug, poi arrivò l’11 settembre, poi Sars e influenza aviaria, infine sono tornati gli attentati in salsa londinese. Ma niente esercita più paura in chi è stato di recente in Cina del meccanismo messo in piedi da quel gigante da un miliardo e trecento milioni di cittadini. Appena si arriva all’aeroporto della aliena Pechino o della frenetica Shanghai, dietro quegli ideogrammi incomprensibili appare chiaro il messaggio: arricchitevi, arricchiamoci insieme, facciamo business e leviamo alto l’inno al libero mercato. Ma non ci parlate di democrazia. Non scrivete la parola libertà. Libertà non si scrive in cinese.

Un altro blog chiuso
La notizia è ormai vecchia di più di quarantotto ore. La prendiamo dal “blog collettivo dei giovani della Margherita per l’Ulivo” che va sotto il nick La Rete (www.larete.ilcannocchiale.it): “Il colosso informatico Microsoft ha chiuso di sua iniziativa un blog diretto dal dissidente cinese Zhao Jing, meglio conosciuto col suo pseudonimo inglese Michael Anti. Zhao ha ricordato che si tratta della terza volta nel giro di un anno che il suo provocatorio blog viene chiuso. Si tratta però della prima volta in cui la disposizione di chiusura è partita direttamente dalla Microsoft e non dalle autorità di Pechino. Zhao ha dichiarato di avere scritto alla compagnia per ottenere chiarimenti, ritenendo possibile che la Microsoft torni indietro sulla sua decisione. Secondo la giornalista e ricercatrice americana Rebecca Mackinnon, la chiusura del blog di Zhao Jing è stata decisa ai massimi livelli della Microsoft. Un portavoce dell'ufficio britannico della compagnia ha detto che è stata provocata dalla necessità di rispettare le leggi cinesi, senza fornire altri particolari”. Insomma, la questione nuda e cruda è questa: per Microsoft la Cina rappresenta un pozzo senza fondo di danari e se il prezzo per avere quei danari è reprimere la libertà d’espressione, che repressione sia.

Yahoo aveva aperto la strada
Prima di Microsoft era stata l’azienda Yahoo ad andare a patti con i metodi cinesi, suscitando reazioni indignate in tutto il mondo per una vicenda che un altro blogger margheritino, Britten (www.britten.ilcannocchiale.it), raccontò così: “L'azienda americana (per la precisione Yahoo! Holding Ltd, di Hong Kong) ha obbedito in modo rigido ai diktat cinesi, ma soprattutto ha contribuito a passare al governo di Pechino dati e informazioni necessari per rintracciare internauti oppositori (molto blandi perlaltro). In particolare questo è avvenuto con l'arresto della giornalista Shi Tao”. Shi Tao aveva diffuso sulla rete una circolare governativa che vietava ai giornalisti di parlare dell'anniversario del massacro di piazza Tienanmen del 1989. Yahoo ha consegnato i dati riservati del giornalista, che è stato preso, processato e condannato. Una condanna durissima, a dieci anni di reclusione, per aver “rivelato segreti di Stato”.

Beijing News
Le storie di Zhao Jing e Shi Tao sono accomunate in questi giorni sui quotidiani italiani a quelle del coraggioso sciopero dei giornalisti del Beijing News che protestano contro il licenziamento di alcuni loro colleghi non obbedienti agli ordine del terribile partito comunista cinese. Chi è stato in Cina sa che c’è una differenza ed è una differenza non da poco. Ho avuto l’occasione di girare recentemente nelle fabbriche di aziende italiane delocalizzate in territorio cinese, in particolare nell’area di Nanchino. Ho visitato un grande produttore automobilistico e un’azienda dolciaria: all’interno degli stabilimenti italiani ci sono i rappresentanti del partito comunista cinese, che svolgono un’opera costante di rigido controllo. La differenza tra le vicende di Zhao Jing e Shi Tao, con la storia dei giornalisti del Beijing News, è dunque una sola: è la spia che ora sono le aziende occidentali ad accettare il compromesso con i metodi totalitari del partito comunista cinese. Di più: ne sono succubi. Così scompare l’idea, peraltro propagandata per anni, che aprendo la Cina al libero mercato avremmo pure esportato lì i nostri valori democratici. Non è così. Non siamo noi a trasformare loro. Sono loro a trasformare noi: a convincerci che il modello del capitalismo sfrenato in un contesto privo di democrazia e di diritti, non è solo un modello necessario, ma anche un modello vincente, da accettare e seguire. Le conseguenze di tutto questo potrebbero essere irreparabili.



permalink | inviato da il 7/1/2006 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa

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