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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


Considerazioni militanti sul voto europeo

8 giugno 2009

Qualche considerazione guardando i risultati delle elezioni europee.

1. Berlusconi ha perso le elezioni. Ma, attenzione, non le ha perse il centrodestra. Il presidente del Consiglio paga la sua arroganza, il suo delirio di onnipotenza, il suo malcostume, le minacce dei suoi avvocati. Ma la coalizione da lui guidata cresce. La somma dei voti di Pdl e Lega a queste europee è analoga a quella delle politiche: 46.8% un anno fa, 45.5% oggi. Il centrodestra è sostanzialmente stabile. Ma Berlusconi ha infilato la discesa che lo porterà all'addio. Questo 35.2% gli sarà imputato e Fini comincerà tra qualche settimana a presentare il conto. La Lega al 10.3% ottiene un risultato incredibile.

2. Il Pd ha perso le elezioni. Arretra di sette punti rispetto alle politiche di un anno fa, ma il 26.2% è un risultato che legittima Dario Franceschini a ricandidarsi alla segreteria. A patto, però, che si presenti dimissionario alla prossima direzione nazionale, ammetta l'insufficienza di una percentuale del genere e dichiari che se avesse avuto più tempo avrebbe potuto portare il partito più in alto. In cento giorni, avendo ereditato il disastro veltroniano derivato proprio dall'incapacità di accettare la logica delle cose dimettendosi dopo la sconfitta politica e amministrativa di un anno fa, Franceschini non poteva fare di più. Ora si ricandidi, ma con un progetto di Pd totalmente rinnovato. Certo, l'idea di mandare Giovanna Melandri a commentare i risultati a Porta a Porta dimostra lo stato di confusione mentale di questa inamovibile classe dirigente del Pd. Ancora con la Melandri? Il Pd necessita di un rinnovamento radicale, Franceschini continui a provarci, noi presenteremo comunque la mozione ISCRITTI PROTAGONISTI (per rappresentarla sul territorio inviare una disponibilità a adinolfi2009@gmail.com) ad un congresso che deve essere un congresso vero di cui non avere paura. E lì, rovesceremo finalmente la piramide, che questi faraoni e queste faraone qui sono più che bolliti.

3. Antonio Di Pietro vince ma non stravince. Ricorderà questo 8% come il risultato migliore della sua storia politica. Rispetto a quanto si attendevano al quartier generale dell'Italia dei Valori, l'ex pm sta sotto di più di un punto. Ma comunque Di Pietro si conferma interlocutore importante e necessario per costruire l'alternativa di governo.

4. Le sinistre radicali e i radicali di Marco Pannella stessi restano fuori dal Parlamento europeo e devono mettersi in testa che il loro unico orizzonte politico realistico è l'ingresso come componenti organizzate all'interno del Partito democratico. Ma Diliberto, Ferrero, la Francescato, forse anche Vendola vorranno tenere aperta la loro bottega, condannandosi all'irrilevanza politica.

5. L'Udc cresce dello 0.9% e grida al miracolo, ma il miracolo vero lo fa Raffaele Lombardo in Sicilia, dando due punti di distacco all'Udc stessa nella circoscrizione Italia insulare. Casini finirà il suo percorso in braccio a Berlusconi, il Pd non si faccia illusioni. Siedono nello stesso gruppo al Parlamento europeo. Ma per un paio d'anni ancora toccherà corteggiarlo. E illudersi. Inutilmente.

6. Le destre fasciste italiane sono allo zerovirgola, anche la Destra di Storace resta fuori dall'Europarlamento e questo mentre le destre xenofobe e populiste avanzano in tutta Europa. Una buona notizia. Anche se xenofobia e populismo sono nel Dna di ben altri soggetti politici, qui da noi.

7. Ora c'è il referendum, che mancherà il quorum. C'è la stagione congressuale nel Pd. C'è l'inizio della resa dei conti nel Pdl, con un Berlusconi che diventerà ancora più minaccioso e arcigno, per via della paura. C'è da avviare il gioco delle alleanze nel centrosinistra: invitare Sinistra e Libertà, radicali, comunisti ragionevoli all'interno di un grande e nuovo Partito democratico, con una classe dirigente tutta rifondata (pensionare le Melandri di ogni genere, please, repetita iuvant). Chiudere un'alleanza dialettica con l'Italia dei Valori. Provare l'approccio con l'Udc. Oggi una coalizione di questo genere, basata sull'architrave di un Pd veramente di massa e plurale, avrebbe il 49.5% dei voti. Quattro punti in più dell'attuale coalizione di governo. Vincerebbe le elezioni, insomma. E nessuno avrebbe scommesso sul fatto che una distanza a cifra singola tra Pd e Pdl avrebbe permesso queste considerazioni. In realtà, io ci avevo scommesso sopra cento euro. E oggi vado a incassare il premio, avendo creduto che fosse possibile. L'Italia non chiude le porte alle sue forze migliori. L'Italia non muore.

Ps. Avete cose più intelligenti da dire sul voto europeo? Oggi dalle 10.15 e fino a tutto il pomeriggio conduco uno speciale su Red Tv con ospiti importanti ma ospitando anche la vostra voce in diretta, se volete, basta chiamare il numero verde della televisione.

Ps2. Quando poi ci saremo rotti le scatole abbondantemente di parlare di politica, stasera alle 23.30 su la7 c'è l'ultima puntata di Grazie al Cielo sei Qui stavolta non faccio il monaco buddista, ma il cantante con Luca Telese e Paolo Guzzanti.

Su Sofri, Bompressi, Pietrostefani

29 maggio 2009

L'intervista di Mughini m'è parsa molto schietta. Dice che Sofri è responsabile morale dell'omicidio Calabresi, che Pietrostefani è tra i mandanti, che Bompressi è presumibilmente l'esecutore materiale. Il direttore (tecnico) del giornale di Lotta Continua in quegli anni crede, sostanzialmente, nella verità giudiziaria. Dice che Erri De Luca potrebbe e dovrebbe raccontare tutto. E' un'intervista molto scomoda, derivata da un libro altrettanto scomodo che Mughini ha appena pubblicato.

Se vi va, vedetevela e ditemi cosa ne pensate.


Il Pdl ha deciso: non devo andare in Rai

26 maggio 2009

Incredibile. Un senatore del Pdl sostiene che io, né candidato né parlamentare, parlando di questioni sociali per pochi minuti a Unomattina, abbia violato la par condicio. 

ADINOLFI: "RIDICOLO CHE IL PDL INVOCHI LA PAR CONDICIO"
"Non l'ho fatto, ma se è successo sono orgoglioso di averla violata"

"Lo zelante senatore Fasano sfonda ogni frontiera del ridicolo, invocando la par condicio in Rai per la mia presenza a Unomattina". A parlare è Mario Adinolfi, vicedirettore di Red Tv, ospite oggi nel contenitore del mattino di Raiuno e contestato dal parlamentare Pdl che ha chiesto l'intervento di Masi e Garimberti: "Berlusconi detiene la proprietà di tre reti televisive, il Pdl ha preteso la nomina di direttori 'amici' in piena campagna elettorale al Tg1 e a Raiuno, l'informazione a viale Mazzini presenta le interviste del premier con il simbolo del partito in bella vista e taroccato, ma oggi il senatore Fasano riesce a avere il coraggio di contestare la presenza di un giornalista evidentemente sgradito per qualche minuto in video a Unomattina. Non ho il curriculum dell'ottimo senatore Fasano: non sono stato condannato a due anni di carcere per concussione, non sono parlamentare, non sono neanche candidato alle europee. Non ho affrontato alcun tema politico durante l'intervento a Unomattina, il mio mestiere è fare il giornalista e l'opinionista ma evidentemente le mie opinioni non piacciono. Non ho violato la par condicio, ma se è successo e la cosa ha infastidito soggetti come Fasano, allora sono orgoglioso di averlo fatto. Sarebbe un piccolo atto di resistenza alla prepotenza continua di una parte politica illiberale".


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permalink | inviato da marioadinolfi il 26/5/2009 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa

Iscritti protagonisti: scriviamo la mozione congressuale

14 maggio 2009

Martedì 19 alle 20.45 si terrà la prima riunione del coordinamento operativo della nostra mozione congressuale: "Verso la democrazia diretta: ISCRITTI PROTAGONISTI".

I partecipanti alla riunione definiranno le prime linee di una bozza di mozione che verrà poi sottoposta in modalità wiki all'integrazione da parte di tutti coloro che intendono condividere il nostro percorso per cambiare il Pd. Per dare la disponibilità a rappresentare la mozione sul proprio territorio basta scrivere una email con i propri recapiti e inviarla a: adinolfi2009@gmail.com.

Intanto arrivano i commenti, le pagine di stampa, le inevitabili ironie e i post dei blog degli amici e dei simpatizzanti.
 
Resta il fatto che davanti a tante chiacchiere sul rinnovamento, noi ancora una volta ci mettiamo gambe, braccia a faccia. Nel 2001 facemmo una prima esperienza e ci ritrovammo in 1.580 (voti presi da Democrazia Diretta, il suo simbolo lo vedete ancora in questa home page). Due anni fa eravamo in 5.947 con Generazione U alle primarie.

E' un percorso che cresce, che segue il filo di un discorso che è sempre lo stesso e che ha la tenacia di riproporsi perché si nutre di un'idea. Gli altri chiacchierano, noi ci organizziamo e andiamo in battaglia, perché è così che si fa quando si crede in qualcosa.

(prossimi impegni, per chi magari vuole ascoltare quel che ho da dire o anche solo incontrarmi: oggi a Radio Luiss alle 16, sabato in piazza Navona con Carlo Fayer per presentare il libro di Roberto Alagna)

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Cold war comes to an end

1 aprile 2009

Oggi il vicedirettore di Red Tv (che sarei io) alle 18.15 va ospite a YouDem.



permalink | inviato da marioadinolfi il 1/4/2009 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa

Un articolo che ho appena scritto

16 marzo 2009

PRODI, UN GIGANTE: MA IL PD NE HA BISOGNO?
di Mario Adinolfi per il Tempo

Nel mio piccolo la mattina di sabato sono andato, rincuorato dalla fine della stagione veltroniana e dall'incoraggiante dinamismo di Dario Franceschini, alla sezione Pd di via dei Giubbonari per rinnovare la tessera di adesione al partito che ho contribuito a fondare candidandomi anche alla segreteria alle storiche primarie del 14 ottobre 2007. Tornato a casa, mi sono accorto che Romano Prodi aveva compiuto lo stesso gesto e che la questione era stata salutata da grida di giubilo da parte dei vertici di via Sant'Andrea delle Fratte. Il Professore si è preso poi tutta la scena mediatica andando ospite al talk show più rilevante del panorama televisivo italiano, andando a fare oggettivamente la figura del gigante. Guardavo Prodi rispondere anche brillantemente alle domande di Fabio Fazio e pensavo: possibile che siamo ancora nell'assoluta necessità di ancorare i nostri entusiasmi a colui che pure, pochi mesi fa, veniva indicato da Veltroni come principale responsabile della pesante sconfitta alle politiche? Possibile che le classi dirigenti del centrosinstra, pur alle prese con la peggiore crisi della propria efficacia e credibilità da decenni a questa parte, non siano state in grado di generare un'idea di futuro, rimanendo vincolati al solito vizio di sorridere solo voltando lo sguardo all'indietro?

Per anni ho ascoltato, nell'ambito dell'area che ha dato vita al Pd, la litania che accomunava Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Nella sezione dove sono andato a rinnovare la tessera sono loro i ritratti appesi, assieme a quelli di Antonio Gramsci e di Pietro Scoppola. Adesso la nuova icona per riscaldare i cuori deve essere Romano Prodi? Ripeto, ho il massimo apprezzamento e anche personale affetto per l'unico leader di centrosinistra capace di battere Silvio Berlusconi negli ultimi quindici anni. Ma sono certo che il Pd abbia davvero poco bisogno, ora, di incentrare le proprie passioni sulle icone del passato. Di più: è questa la palla al piede principale che afferra il principale partito di opposizione e lo rende incapace di spiccare il volo verso un futuro davvero concorrenziale nei confronti del centrodestra.

Lo dico anche rispetto alla valutazione politica espressa da Prodi, che è portatore di un abbattimento della migliore idea veltroniana, quella dell'autosufficienza del Pd. Il ritorno in campo del Professore è affiancato alla resa definitiva del Partito democratico alla necessità di ricostruire un campo di alleanze che vada, come minimo, "da Vendola a Pezzotta", come ha avuto modo di dirmi ieri a Red Tv Livia Turco mentre la intervistavo per il mio programma quotidiano Finimondo. Io sono convinto che la strada dovrebbe essere un'altra: agevolare l'evoluzione bipartitica del sistema italiano, utilizzando anche la leva del referendum (e non capisco la miopia di Berlusconi nel non permettere l'election day che assicurerebbe il superamento del quorum, o meglio, la capisco perché pesa il ricatto leghista). Solo dopo avere ottenuto il sistema bipartitico, si potrà costruire un orizzonte di intese, che preveda l'assorbimento delle forze eterogenee dentro i due campi dello schieramento politico.

Questo è il futuro "blairiano" su cui dovrebbe incentrarsi l'azione tattico-strategica del Pd. Le nostalgie, compresa quella per la stagione prodiana, vanno lasciate alle nostre spalle.




permalink | inviato da marioadinolfi il 16/3/2009 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (416) | Versione per la stampa

I nostri giochi del weekend

13 marzo 2009

Mi continuate a massacrare le scatole per avere le scommesse del weekend e allora vi regalo un tredici per le partite del weekend, basta che non mi telefonate più (il gruppo della Scommessa Collettiva, intanto, si avvicina a un altro trimestre di successi, il tredicesimo consecutivo e chi vuole può aggregarsi, oppure si può giocare da soli su Betfair e se scrivete a adinolfi@gmail.com vi invio i codici per avere trenta euro di scommesse gratuite).

FENERBAHCE-KOCAELISPOR 1
SPORTING LISBONA-RIO AVE 1
PORTO-NAVAL 1
AJAX-DE GRAAFSCHAP 1
LAZIO-CHIEVO 1X
SAMPDORIA-ROMA 1X
BARI-AVELLINO 1
LIVORNO-CITTADELLA 1X
ARSENAL-BLACKBURN 1X
CHELSEA-MANCHESTER CITY 1X
AMBURGO-COTTBUS 1X
BENFICA-VITORIA-GUIMARAES 1
BOCA JUNIORS-ARGENTINOS 1X

Fatemi poi fare l'in bocca al lupo ai miei due amici Riccardo Mazzitelli e Luca Pagano che a Dortmund sono rimasti tra i 34 giocatori (su 663 partenti) che si contendono il titolo dell'European Poker Tour con annesso assegnino da un milione di euro. Forza, ragazzi: vi voglio al tavolo finale, come minimo. A Sanremo tra un mese ci sarò anche io a rompervi le scatole. Intanto, portate a casa i massimi.

Giocare, in tempi tristi, è un modo di sentirsi bambini e vivi. Un buon modo d'essere.




permalink | inviato da marioadinolfi il 13/3/2009 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa

Quota 28

3 marzo 2009

Esce l'ennesimo sondaggio-disastro, con il Pd valutato al 22% e l'Idv che arriva all'8% come l'Udc e la Lega che sfiora il 10%. Pdl al 36%, sinistre varie sotto il 4%.

Penso che Dario dovrebbe fissare una soglia che faccia da spartiacque tra vittoria e sconfitta alle europee del 7 giugno: Pd al 28%, secondo me. Sotto quota 28, tutti a casa. Sopra, l'Operazione Resistenza sarà riuscita.

Intanto io oggi vado a intervistare un Antonio Di Pietro che immagino gongolante. Se avete delle domande da porgli, scrivete qui, farò il postino come manco un ragazzetto di Maria De Filippi.



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Aperture di credito

27 febbraio 2009

Magari mi fa velo l'amicizia, ma mi vien da dire che le nomine di Franceschini per la nuova dirigenza del Pd per nomi, numeri, modalità e tempi rappresentano una bella sterzata positiva.

Vuoi vedere che...

(nel frattempo Berlusconi fa la più incredibile delle gaffe, ussignur, ma veramente l'Italia è sedotta da quest'uomo?)



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Adesso

24 febbraio 2009

Io adesso non vorrei dire niente, ma tutti questi che santificavano Veltroni e ci spiegavano alle primarie che Generazione U non doveva candidarsi in autonomia contundente perché lui era il Profeta, poi ci dicevano che eravamo troppo duri e "provocatori" a chiederne le dimissioni dopo le sconfitte ripetute alle elezioni perché la leadership non doveva essere messa in discussione, ma ora danno lezioni sulla necessità del cambiamento dopo essere stati sempre al riparo giurando che sarebbe stato Walter a garantirlo, un filino mi irritano.



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Non è solo un momento triste

19 febbraio 2009

E ORA, RIVOLUZIONARE IL PD
di Mario Adinolfi per il Tempo
 
Non è solo un momento triste e difficile per il Pd. E' anche il momento della grande opportunità. Siamo messi così male che è difficile pensare che andrà mai peggio: risultati elettorali disastrosi, morale della truppa sotto i tacchi, generali che mollano, colonnelli che si guardano impauriti. L'uno-due del tracollo sardo e delle dimissioni di Walter Veltroni ha dato l'impressione di un esercito ormai in rotta. Eppure è nei frangenti di massima crisi che si possono cogliere le decisive possibilità di riscatto. E noi democratici, adesso, abbiamo il dovere di farlo.

Il paese non può fare a meno del Partito democratico, di un grande rassemblement (perché di questo si tratta) riformista che ambisca al governo dell'Italia da posizioni avanzate, moderne, progressiste. E' per il bene del paese, dunque, non solo per il bene del Pd che ora non dobbiamo farci afferrare dal clima da 8 settembre che ci ha pervaso tutti anche dopo aver ascoltato il discorso di Walter Veltroni a piazza di Pietra. Non un gran discorso, a mio modesto avviso: Troppo indulgente con se stesso, il segretario dimissionario; troppo rivendicativo con gli altri dirigenti, colpevoli di non avergli garantito la necessaria "solidarietà". Ma siamo sicuri che un leader debba invocare sostegno solidale? Un leader deve esercitare la leadership e Veltroni l'ha fatto bene dal discorso del Lingotto fino a tutta la campagna elettorale dello scorso anno, con l'intuizione di portare il Pd da solo alle elezioni che ha avuto il merito di modificare in meglio il sistema politico italiano, conducendolo all'anticamera del confronto bipartitico di stampo anglosassone e riducendo finalmente la frammentazione che stava asfissiando il Parlamento italiano. Da allora in poi, le esitazioni che hanno fatto seguito ai disastrosi risultati elettorali, non solo delle politiche, ma soprattutto delle amministrative a Roma e in Sicilia, hanno condotto il Pd alle condizione pessime in cui si trova ora. Se le dimissioni confermate ieri fossero state date prima dell'estate, il Pd avrebbe avuto il tempo per ricostruire una propria identità e una propria classe dirigente completamente rinnovata. E siamo al punto.

Ora, con una tempistica francamente complicata, stretti tra un'assemblea costituente convocata tra quarantotto ore e una campagna elettorale per le europee che si aprirà tra cento giorni, dobbiamo provare il colpo d'ala. Io sono contrario a soluzioni raffazzonate, la segreteria dimezzata di un reggente non mi convince, preferirei votare sabato per Dario Franceschini assegnandogli un mandato pieno. Ma quel che più conta, vorrei che il nuovo segretario cogliesse l'occasione di questa condizione disperata per rivoluzionare davvero il partito. Non ha bisogno di partire dal nulla, la rivoluzione l'hanno cominciata già in molti. Penso alle esperienze degli under 40 di Generazione U, dei Mille, degli Autoconvocati, della Fondazione Daje, di Matteo Renzi a Firenze, dei firmatari della mozione per le primarie alla direzione del 19 dicembre scorso, di tantissimi che sono stati in posizione critica rispetto a una segreteria che è stata ingessata: sembravano tutti covi di pericolosi rivoluzionari, irrispettosi dei rituali interni. Ora sono le sacche di sangue fresco utili a rimettere in sesto un corpo martoriato come quello del Pd.

Possiamo davvero far ripartire con entusiasmo il Partito democratico, dopo questo frangente di cupa depressione. Dobbiamo però essere disposti a rimetterci davvero tutti in gioco e i soliti noti devono avere la generosità di cedere il passo. Comincia un tempo nuovo, servono idee nuove che camminino su gambe nuove. Come è avvenuto al New Labour di Blair, al Psoe di Zapatero, al Partito democratico di Obama, si può costruire la sconfitta di destre forti e radicate avviando una lunga marcia che reinventi una classe dirigente capace di essere faccia di un partito nuovo. Questa rivoluzione è necessaria ora anche per il Pd.



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Un saluto, senza rimpianti

18 febbraio 2009

Per carità, capisco il momento e quello che scrivo adesso immagino sarà criticato, ma il discorso di saluto di Veltroni non mi è piaciuto per niente. Moscio e buonista sulla questione delle "scuse", in assenza sostanziale di autocritica; permaloso nella questione della mancanza di solidarietà nei suoi confronti. Ma come, prima ti dici orgoglioso del partito che non è una caserma, poi ti lamenti e dici polemicamente: "Non farò agli altri quel che è stato fatto a me?".

Un saluto, senza rimpianti. Veltroni è stato un grande politico, coerente nel sogno di una vita di costruire il Partito democratico, lucido nella scelta di andare da soli alle elezioni, perfetto nella campagna elettorale. Poi, dopo la sconfitta alle politiche, dopo Roma e la Sicilia, avrebbe dovuto dimettersi e convocare il congresso, per costruire le condizioni vere del ricambio generazionale, della nascita del vero Pd, quelle delle energie nuove.

Veltroni non è bravo nelle uscite di scena. Questo, più o meno, da sempre. Il discorso di oggi non ha fatto eccezione.



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Boia

10 febbraio 2009

Ho lavorato a lungo ad Avvenire ed è un quotidiano a cui sono comunque molto legato. Leggere oggi la parola "boia" evocata e affiancata alla figura di papà Englaro mi ha fatto pensare che chi l'ha scritta non ha memoria delle parole del Vangelo.

Matteo 7,1-2.




permalink | inviato da marioadinolfi il 10/2/2009 alle 15:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (55) | Versione per la stampa

Solidarietà a Mentana

10 febbraio 2009

 

CASO ELUANA: RED TV APRE LE LINEE CON IL PUBBLICO
Nel "Morning Show" Adinolfi esprime solidarietà a Mentana

Puntata speciale di "Morning Show", il contenitore del mattino di Red Tv condotto da Mario Adinolfi. Per tre ore la rete televisiva satellitare aprirà le linee con il pubblico per raccogliere i pareri dei telespettatori, che potranno chiamare la trasmissione attraverso un numero verde attivato appositamente: 800.198.667. Durante l'intero programma si alterneranno in video, accompagnati dal conduttore, varie firme del giornalismo italiano, da Stefano Menichini a Enrico Cisnetto. In apertura di programma Adinolfi ha espresso solidarietà a Enrico Mentana: "Trovo semplicemente osceno che Mediaset abbia preferito mandare in onda l'ennesima puntata del Grande Fratello, anziché lasciare spazio all'approfondimento di una notizia che ha toccato le sensibilità di tutti gli italiani. Il nostro co-inquilino dimostra di non essere in sintonia con il Paese". Il riferimento al "co-inquilino" è a Silvio Berlusconi, visto che gli studi e la redazione di Red Tv sono nello stesso palazzo che ospita la residenza romana del presidente del Consiglio, palazzo Grazioli.




permalink | inviato da marioadinolfi il 10/2/2009 alle 10:3 | Versione per la stampa

Errori (eufemismi)

27 dicembre 2008

Forse sbaglierò, ma questa polemica contro i giudici per il caso D'Alfonso regala ai nostri avversari un'altra occasione per fare di noi carne di porco ("siete in ritardo di quindici anni", è il minimo che potessero dirci).

Signore, portati via rapidamente questo 2008 così pieno di cazzate.



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Giornate da (giovani) leoni nel Pd

21 dicembre 2008

La sensazione di inutilità della battaglia mi ha attraversato solo per un quarto d'ora, dopo il voto contrario della direzione nazionale alla mozione di dissenso che ho firmato con Giovanni Bachelet, Luca Sofri, Cristina Comencini, Nando Dalla Chiesa e altri amici coraggiosi. Lo ammetto, mi ero illuso a un certo punto che potesse esserci un finale diverso: Veltroni che chiedeva il voto favorevole alla nostra mozione. L'avrebbe liberato da molti vincoli pericolosi innanzitutto per la sua azione e avrebbe riaffermato la centralità della democrazia diretta incarnata nelle primarie. Invece le primarie stesse sono diventate un impaccio per questa nomenclatura piddina che balla sul Titanic e i casi di Firenze (primarie annullate dieci giorni prima del voto) e di Forlì (primarie in cui il sindaco uscente che intendeva ricandidarsi viene battuto da un outsider) spiegano il perché. Dopo il quarto d'ora di scoramento, però, ho letto i vostri messaggi sul blog, su Facebook, via sms e ho capito che la battaglia aveva un terreno dove proseguire. E proseguirà, perché quelli come noi quando entrano nella fossa dei leoni, si mangiano i leoni.

E allora diamoci ancora sotto. C'è l'indifferenza e l'ostilità degli oligarchi? Pazienza. Insisteremo e ascolteranno. C'è pure (ed è fastidiosa) una afasia mediatica rispetto alla nostra battaglia politica per il rinnovamento e la democrazia diretta: chi ha letto i grandi giornali ha trovato solo vaghi accenni a quello che è successo in direzione nazionale del Pd. Con qualche eccezione, che racchiudo nel bel pezzo di Luca Telese per il Giornale, l'unico che racconti con completezza il quadro di un momento che ritengo decisivo nella breve storia del Pd.

TRA AMALGAMA E GIOVANI LEONI DELUSI
di Luca Telese

Amalgama mal riuscito, certo. Ma in ogni caso unanime. E così il Pd resta sempre attratto dal voto intruppato, sempre terrorizzato dal dissenso. Con Walter Veltroni che la mattina grida orgoglioso: «Noi, al contrario di Di Pietro e di Berlusconi abbiamo una democrazia interna!» e Dario Franceschini che chiude la giornata scongiurando i presentatori delle uniche due mozioni separate dal segretario: «Ritirate! Ritirate!». Risposta di Mario Adinolfi: «Non ci pensiamo proprio!». Guardi questa scena, un quadretto grottesco, e ti chiedi: perché tutto questo sforzo dissuasivo? Perché può esserci Amalgama per i dirigenti del Pd, ma posizioni distinte, meglio di no. È curioso che in un giorno in cui l’espressione sprezzante coniata da Massimo D’Alema si stampa sulla facciata di buone intenzioni caparbiamente allestita da Walter Veltroni come uno sfregio, alla fine i voti per alzata di mano siano quasi bulgari. Ed è curioso che fra i pochi che non si oppongono alla mozione solitaria di Marco Follini ci sia un astenuto di livello come lo stesso D’Alema. L’ex ministro degli Esteri era d’accordo con Follini? Mistero. Perché in questa direzione del Pd in cui si parla di tutto, le questioni politiche vere vengono sempre magicamente eluse.
Così, il racconto di una giornata può iniziare proprio dalla fine, da quel voto. Già la sala ha iniziato a spopolarsi, le suonerie dei telefonini ricominciano a trillare, qualcuno corre via con la valigia. Franceschini alla presidenza è indaffaratissimo a evitare che vadano in votazione le due mozioni. Si spende, parla, ripete ai presentatori dei documenti: «Le vostre tesi sono state recepite nel testo conclusivo!». Ovviamente non è vero. Il primo testo, quello di Follini chiede una cosa molto semplice: che si rompa l’alleanza con Antonio Di Pietro. Veltroni ha provato pure a rispondergli, nelle conclusioni, ha fatto un ragionamento lunghissimo sul tema, ma non ha risposto né sì né no.
Il secondo testo, quello dei giovani leoni del Pd - da Luca Sofri a Mario Adinolfi a Giovanni Bachelet - propone una serie di cose più articolate: alcune critiche alla leadership sullo scarso rinnovamento, un appello in difesa delle primarie, un invito a non usare le candidature delle Europee per «pensionare» dirigenti illustri e amministratori a fine mandato. In tempi normali, inviti come questi - condivisi dalla base - sarebbero recepiti senza batter ciglio. Ma metti che non si sappia che cosa fare di personaggi come Antonio Bassolino (quello che non si dimette manco morto) che persino un ammortizzatore come la candidatura europea, te lo devi tenere libero. Allora ecco che la mozione diventa troppo vincolante, inaccettabile, sovversiva. I firmatari erano solo dieci (sei i presenti al voto!), ma siccome alcuni di loro sono blogger, alcuni abbastanza popolari, siccome c’è la diretta internet, siccome il popolo della rete è attentissimo e severo, Veltroni e Franceschini fanno barricate. Non solo sono contrari, ma non vogliono nemmeno che si voti! Quando sul palco a difendere la mozione sale Sofri (che pure è stato voluto da Veltroni in direzione, non certo un oppositore pregiudiziale) la sala rumoreggia. È perché sta parlando troppo (meno di tre minuti) o per quel che dice? Ad esempio quando parla di Firenze: «Indipendentemente da tutti i casini che ci sono lì, non si può dire, dopo mesi che si organizzano, “Non facciamo più le primarie!”». Poi, sul nodo candidature: «Le elezioni europee devono essere l’occasione per provare una nuova classe dirigente, non possono essere usate come un pensionato». Si sente qualche gridolino dal fondo della sala, Franceschini dalla presidenza ammonisce: «Certo non possiamo riaprire un dibattito». Sofri lancia l’ultimo appello: «Non è contro a nessuno questa mozione, ma torniamo a chiedere di votarla». Così si vota, e una selva di mani la boccia: solo sei a favore.
Peccato. Perché poi il paradosso, nel turbine dell’amalgama mal riuscito, è che in questa direzione del Pd, tutti sembrano parlare di tutto, meno di quello che per loro è importante. Ad esempio Bassolino (uno di quelli che potrebbe finire a Bruxelles). Possibile che non dica una parola su Napoli, con tutto quello che accade? Possibile. E così la sua voce cavernosa si gonfia, si solleva, combatte contro la sempiterna balbuzie, ma alla fine di che parla? Di welfare. Meraviglioso. E Leonardo Domenici, il sindaco che si è incatenato davanti a La Repubblica perché non riusciva a far sentire la sua voce per colpa dei giornali? Ora che ha una platea, di che discute? Del rapporto tra politica nazionale ed enti locali, Incredibile ma vero. Gli indagano gli assessori, lui ha detto solo sette giorni fa che si ritirerà dalla politica, ma nella direzione più importante della storia del Pd dice: «O troviamo un rapporto tra politica nazionale e locale o si corre il rischio che la politica nazionale sia autoreferenziale». Caspita. Il problema è che qui sono tutti autoreferenziali, tanti Johnny Stecchino che a Palermo «il problema è il ctraffico». Poi certo, i dalemiani che fanno a pezzettini ogni singolo frammento di veltronismo, ma votano unanimi, per carità. Poi c’è il responsabile organizzazione Beppe Fioroni che infila la questione del tesseramento nelle ultime battute, così: «Molti mi chiedono perché non parta... Ma per convincere qualcuno a prendere una tessera, bisogna che ci siano anche argomenti per motivarlo a farlo». Vuol dire che gli argomenti non ci sono? Lui, il responsabile tesseramento? Così una deputata siciliana, a inizio dibattito dice candidamente: «Io tra l’altro non mi sono ancora iscritta, perché da noi il tesseramento non è iniziato».
L’amalgama dev’essere questo: nessuno rinuncia a esibire il suo piccolo frammento di irriducibilità, ma nessuno vuole uscire dall’impasto. Così per trovare voci fuori dal coro devi sentire i pochi outsider o i coraggiosi. Come il dirigente di Piombino che impone un’emergenza, la sua: «Compagni, da noi, si è chiuso l’altoforno! Sapete cosa significa? È accaduto solo tre volte dal dopoguerra ad oggi! La chiusura di un altoforno è il segnale più grave, per riaccenderlo ci vogliono mesi! Non può sembrare che il nostro partito sia indifferente a una tragedia come questa!». Anche Barbara Pollastrini, ex ministro delle Pari opportunità ruggisce: «Non possiamo apparire, come invece siamo apparsi, sostanzialmente indifferenti su un caso come quello di Eluana, e sulle sentenze che ostacolano il percorso del padre. Non abbiamo nulla da dire?». L’amalgama si contorce, ma non prende forma. Gli argomenti entrano nell’impasto, ma non diventano ingredienti. Ermete Realacci ha il coraggio di parlare «del danno che il Pd ha avuto dai rifiuti di Napoli». Massimo Brutti del fatto che «non si prendono finanziamenti dagli imprenditori a cui si danno gli appalti!». Luciana Sbarbati tuona contro «il patto di potere tra correnti che è il vizio di nascita e di crescita del Pd che impedisce a chiunque di partecipare». Può farlo, perché è una ex repubblicana. Nell’amalgama finiscono anche nuovi ingredienti. Ma tutto resta nell’impasto, senza prendere forma. Un partito solidale mal riuscito. Forse sarebbe meglio il contrario.




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La mozione alla direzione del Pd

19 dicembre 2008

La relazione di Veltroni mi è parsa un tentativo generoso ma inadeguato di fronteggiare il collasso del partito...per fortuna dieci membri della direzione nazionale hanno firmato una mozione che pone al centro di un chiaro dissenso la questione della democrazia diretta come elemento fondante del Pd. Eccone il testo, sottoscritto da esponenti provenienti dalle più diverse esperienze. Un bel risultato politico, un ottimo primo passo per dire al popolo del Pd che non esistono solo i "caminetti" di una dirigenza incrostata e ossessionata dalla propria permanenza.

È un momento difficile per il Partito Democratico e per il suo progetto. Le sue difficoltà si riassumono nella distanza fra le intenzioni di rinnovamento, democrazia, partecipazione alla base del progetto originario ed effettiva costruzione del partito dalle primarie del 2007 ad oggi. Chiediamo che oggi il PD riparta da quelle intenzioni, offrendo ai propri elettori garanzie capaci di ricostruire un rapporto fortemente compromesso: le persone affezionate alle sorti della sinistra in Italia si sentono travolte e spaesate e percepiscono come sempre piú ampia la distanza tra fiducia accordata un anno fa e immagine attuale del partito: apatico, inefficace, governato da egoismi e dissensi personali e di corrente. Non è questo il PD per il quale hanno votato, non è quello che doveva e deve essere. Il PD non deve essere un cappello di rinnovamento appoggiato su strutture, meccanismi e politiche ereditate da altri partiti, altre storie, altri tempi. Non deve essere un organismo ancora centralista e sempre meno democratico. Non deve essere la ripetizione di schemi anacronistici e perdenti. Se oggi c’è una questione morale nel PD, è quella di far bene, democraticamente, una politica di sinistra, raccogliendo il consenso degli elettori grazie a un progetto efficace e vincente: è la cattiva politica ad alimentare la corruzione, è quella buona a tenerla lontana. Per queste ragioni

Chiediamo una discussione sullattuale governo del partito, attualmente affidato a due soli organismi (coordinamento e governo ombra) integralmente nominati dal segretario, però sulla base di spartizioni ed equilibri correntizi.

Chiediamo che sia rivalutata e utilizzata lassemblea; e che eventuali modifiche allo statuto siano comunque discusse solo attraverso lassemblea.

Chiediamo la democrazia interna, lorganizzazione e lavviamento di strutture intermedie e territoriali. Chiediamo, cioè, che siano rispettati statuto e codice etico del PD, spesso violati o ignorati: organi (come questo) convocati senza ordine del giorno, in orari spesso insostenibili; conflitti dinteresse piccoli e grandi.

Chiediamo che sulla prossima scadenza elettorale –le europee– la volontà di rinnovamento e di costruzione di una nuova classe dirigente passi attraverso due scelte chiare e visibili:

? Mantenere le preferenze, rifiutando qualunque modifica allattuale legge elettorale tale da limitare la scelta dei candidati da parte dei cittadini.

? Evitare pensionamenti eccellenti selezionando candidati giovani sulla base di competenze e capacità da mettere alla prova della politica europea.


Chiediamo che il PD resti fedele alla scelta delle primarie, che rinneghi le sventate marce indietro delle ultime settimane, garantendo forza e legittimazione popolare ai propri leader e candidati. In nome di questa legittimazione chiediamo a Walter Veltroni che trovino in lui condivisione e garanzia le nostre richieste, comuni ai molti che in questi mesi hanno cercato invano di riconoscere nell
immagine pubblica del PD e nelle sue scelte il progetto in cui hanno creduto e tuttora vogliono credere.


Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Nando Dalla Chiesa, Giulio Santagata, Martina Simonini, Luca Sofri




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Pdl, Berlusconi, mignottocrazia e Guzzanti

15 dicembre 2008

Trovo che questa intervista di qualche giorno fa a Paolo Guzzanti, che ha animato una puntata del mio Finimondo, ci racconti molto del nascituro Pdl e di tanto altro ancora.



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Proposte

12 dicembre 2008

Va bene, il congresso non lo vogliono fare, il segretario non lo vogliono mettere in discussione, il partito ci dicono che scoppia di salute. Allora facciamo che le candidature alle prossime europee vengano designate dal popolo delle primarie attraverso una vasta consultazione che restituisca potere a ogni singolo militante del Pd.

Democrazia diretta vo cercando...e la chiederò formalmente alla riunione della direzione nazionale che avremo tra una settimana.



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Se Berlusconi tocca internet, un nuovo '68

3 dicembre 2008

 Alla Luiss, alla giornata di inaugurazione della fondazione dedicata al carissimo Giuliano Gennaio, la discussione è stata incardinata attorno all'idea di un nuovo "vero" Sessantotto. Io ho sempre idea che per una rivolta generazionale duratura, occorra l'occasione, la miccia che inneschi il materiale incendiario. Oggi arriva Silvio Berlusconi con la sua generica e folle idea di "regolamentare il sistema web nel mondo". In Italia da anni centrosinistra e centrodestra, affollati di gerontocrati che non capiscono la rivoluzione che ha trasformato il mondo analogico in una realtà digitale, provano a mettere il collare alla rete. Non è un caso ed è certamente un processo da comprendere in profondità.

Bisogna farlo perché siamo di fronte al progredire di una malattia, che fa divergere i valori fondanti tra le diverse generazioni. Sembra che i più anziani siano stanchi di democrazia, vadano sperando in legge e ordine e, soprattutto, efficienza come elementi cruciali del vivere civile. In questo senso la "democrazia degli antichi" spera in uno schema di leadership verticalissima, fragilmente legittimata dal basso e sostenuta a tempo indeterminato da un reticolato di potere che vincoli tutti a ciascuno sul piano degli interessi. Simul stabunt, simul cadent. Questa visione oligarchica non può tollerare uma reale libera dialettica politica, non a caso si fonda sul sistema delle liste bloccate ed è alimentato da un contesto mediatico tenuto sotto controllo da potentati inscalfibili riuniti nei patti di sindacato.

La "democrazia dei moderni" è invece fondata su un altro reticolato, che è quello orizzontale del web. Crede nella democrazia diretta, vuole generare le leadership attraverso strumenti come le primarie, spera in normative che restituisca in ogni luogo senso alla parola partecipazione. Non a caso queste nuove generazioni stanno lontane dall'informazione televisiva preconfezionata e comunque schierata, così come dai giornali a cui non assegnano credibilità. Si informano, creano idee e formano una magmatica area di consenso non strumentalizzabile.

L'idea che il potere gerontocratico incarnato da Berlusconi possa voler mettere una museruola a quella che è l'agorà in cui si sta formando una nuova idea di democrazia, è semplicemente intollerabile. Sull'opzione sostanzialmente autoritaria incarnata da partiti dove si scontrano solo bande oligarchiche, si può scaraventare un'idea nuova non solo politica di società aperta che è rappresentata dal mezzo-messaggio della rete. In fondo, come nel Sessantotto, è un conflitto tra padri e figli. Speriamo, con meno conformismi e poggiandosi su visioni non egalitariste e invece meritocratiche. Ma questo conflitto è necessario. 



permalink | inviato da marioadinolfi il 3/12/2008 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (57) | Versione per la stampa

Il nodo

28 novembre 2008

Panorama scrive delle ambizioni di Enrico Letta e Nicola Zingaretti, Anna Finocchiaro si candida, Pierluigi Bersani ci spera, Red ci lavora, tutti vogliono sostituire Walter Veltroni. Da queste parti abbiamo combattuto l'Americano-a-Roma alle comunali del 2001 innalzando il simbolo della democrazia diretta, alle primarie del Pd sulla base di una candidatura e di un programma alternativi, dopo le elezioni-disastro dello scorso aprile in nome del principio che in politica o ovunque si deve rendere conto.

Oggi, però, non credo che la priorità del Partito democratico sia la sostituzione di Walter Veltroni. Oggi il nodo è il metodo e il Pd è nato su un metodo-messaggio che è la democrazia diretta insita nello strumento (pure distorto da un regolamento da nomenklatura) delle primarie. La difesa di questo metodo è, a mio avviso, il senso possibile della permanenza di Veltroni alla segreteria, che potrebbe rendere evidente la pochezza delle manovrine dei suoi avversari.

Insomma, l'elezione di Roberto Morassut alla segreteria, con un metodo da veccha politica, delegittima totalmente Veltroni nella sua unica caratteristica vincente: essere l'incarnazione e il depositario di un mandato diretto del popolo democratico.

Walter deve cogliere questa sua unicità, potenziarla e rendersi garante nel partito di questa forma identitaria. Il Pd deve essere il partito della democrazia diretta, ritengo che Veltroni e i suoi possano difendere efficacemente questo nodo, anche perché potrebbe essere per il gruppo che attualemte domina il quartier generale di Sant'Andrea delle Fratte l'unica strada di salvezza politica.
 
Se farà questo, Veltroni avrà l'appoggio mio e di Generazione U. Se continuerà ad essere solo un oligarca in battaglia con altri oligarchi, combatteremo per le ragioni originali del Pd e per la nostra radice direttista, espressa dal messaggio che proviamo ad esprimere con il mezzo della rete, cioè che non crediamo a questa élite autoproclamata e non la troviamo legittimata, vogliamo un partito composto da cittadini liberi e forti in cui le leadership siano contendibili davvero.

Anche per questo lunedì parteciperemo all'iniziativa che a Roma chiederà le primarie per l'indicazione dei nuovi dirigenti, con un ritorno alle ragioni e al metodo della democrazia diretta. Ci siamo autoconvocati al Teatro Due, su sollecitazione del gruppo Primarie Sempre e credo potrà essere l'avvio di un percorso importante, di una bella storia di nuova passione democratica.



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Dobbiamo andare al conflitto

25 novembre 2008

Scriveva ieri Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, in un articolo di prima pagina il cui titolo soteneva che i giovani leoni non avessero in realtà i denti: "Nella convinzione che l'azione politica si svolga tutta all'interno dello spazio mediale, ha nel PD più visibilità un demi-monde mediatico, blogger come Luca Sofri (44 anni), Diego Bianchi (38), Mario Adinolfi (37). Competenze? Pochine". E' proprio vero che il limite della battaglia delle giovani generazioni nei partiti (e anche più complessivamente nel territorio delle classi dirigenti) è dato dalla debolezza in termini di competenze? E, soprattutto: quali competenze ci vengono opposte dai gruppi oligarchici che dominano i luoghi del potere in Italia?

Le parole di D'Avanzo hanno provocato una reazione molto articolata di Luca Sofri, che forse è utile riportare nella sua premessa: "Io non amo il conflitto. Nel senso che non mi piace litigare, e preferisco, con quelli che reputo in grado di capire le cose, spiegargliele piuttosto che dir loro 'demi-monde a tua sorella', come lui oggi meriterebbe".

Riporto la premessa perché io invece amo il conflitto e ritengo che D'Avanzo se lo meriti. Ma merita anche una riflessione attenta attorno alla questione delle presunte "competenze". Io non credo che D'Avanzo abbia letto i settemila articoli che compongono il mio blog, né il mezzo milione di commenti della comunità che lo segue, che in gran parte ha scelto anche di partecipare alle primarie del Pd (in condizioni regolamentari a dir poco proibitive), presentando un programma credo abbastanza innovativo riassunto anche in un libro ("Generazione U") che certamente D'Avanzo non ha letto.

In realtà D'Avanzo non ne ha colpa. La regola dell'establishment, di cui D'Avanzo fa parte, è di non prestar fede in alcun modo e mai alle parole degli outsider, di non leggerle, in qualasiasi forma esse vengano espresse. Anzi, il primo tentativo è quello di demolirli per restare con il tranquillizzante quadretto dei rapporti di forza e di potere arcinoti da decenni. Questo vizio in realtà riguarda anche noi che pure predichiamo da tempo la necessità dello svecchiamento e non per una mera questione anagrafica. Tra me, Luca e Diego c'è poca comunicazione, qualche volta ci si guarda in cagnesco, è di queste settimane lo scontro sul web tra Sofri e un altro giovane blogger, Francesco Costa, con il duo "young" dalemiano Francesco Cundari (Quadernino per la rete) e Matteo Orfini. Questa rissosità indebolisce le idee di tutti, con Sofri e Costa che finiscono per sembrare i piccoli veltroniani, mentre Orfini e Cundari giocano l'altro ruolo in commedia.

Invece dobbiamo smetterla. Dobbiamo trovare il minimo comun denominatore tra tutti noi e pretendere la lettura delle nostre idee, che circolano sui blog come trent'anni fa circolavano sulla carta stampata. Quelle idee raccontano della necessità fondamentale di una nuova forma della democrazia, che chiamiamo democrazia diretta e vive di strumenti come le primarie libere, che non a caso generano ovunque classi dirigenti nuove, fino alla grande speranza obamiana. Nella democrazia diretta inseriamo proposte innovative. Qualche esempio: un nuovo welfare che riequilibri la spesa tra le generazioni e tocchi anche i diritti acquisiti da una platea immensa di pensionati che tolgono risorse e speranze ai più giovani; una ristrutturazione profonda del sistema dell'informazione, con un'idea di costituzionalizzazione del Quarto Potere sul modello del Csm; un incremento dell'investimento in ricerca scientifica fino al 2% del Pil; una politica rivolta alla liberazione della giovane coppia, di qualsiasi orientamento sessuale ma con priorità alle giovani famiglie con figli, con riconoscimento di incentivi per l'acquisto della propria abitazione (mutui con tassi azzerati, con risorse generate dalla messa a regime del nuovo welfare); una legge sui partiti che obblighi alle forme più dirette di democrazia interna, con primarie a ogni livello per la determinazione dei candidati.

Sono solo idee accennate, le andiamo scrivendo e propagandando da anni, ma con due difetti: non ci uniamo, non le urliamo.

Dobbiamo andare al conflitto, sulla base di queste idee e della necessità di un rinnovamento reale del paese, non solo della politica. Il fatto che queste idee circolino sui blog, non è una deminutio. Ma si faccia lo sforzo di rintracciarle, prima di giudicare.

(questo pezzo è uscito in forma di articolo sforbiciato per ragioni di spazio su Europa, in forma di post anche su la7.it, poi l'ho mandato via email a D'Avanzo, che ha risposto non solo con cortesia e insomma, se insistiamo un po' a far circolare le idee, in molti si accorgono che qui e su molti altri blog non perdiamo solo tempo, ma costruiamo le fondamenta di una battaglia politica che dura e durerà, hasta la victoria...)




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La storia siamo noi

12 novembre 2008

Settimana scorsa. Barack Obama, che dice di se stesso "sono un grande giocatore di poker", viene eletto presidente degli Stati Uniti. La notizia fa l'immediato giro del mondo.

Questa settimana. Peter Eastgate, 22 anni, vince il tavolo finale delle World Series of Poker a Las Vegas portando a casa più di nove milioni di dollari. La notizia fa l'immediato giro del mondo.

Io, comunque, ieri notte ho dominato il sit and go del Cotton Club. La notizia dovrebbe fare il giro del mondo in giornata.




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Mario

9 novembre 2008

Sono andato in televisione a dire che l'Obama italiano esiste e si chiama Mario.

Mario Calabresi.

Conservate la registrazione.



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Né Veltroni, né D'Alema

5 novembre 2008

Ho chiuso alle sette di mattina la conduzione della diretta di Red indossando il cappellino di Obama che mi ha portato Piero con su scritto "Time for change". Ho fatto colazione, ho dormito un po', poi ho scritto questo articolo per Europa

LA LEZIONE: FARE RETE, ESSERE OUTSIDER, RIFIUTARE LE COOPTAZIONI
di Mario Adinolfi

Ho dedicato questo spazio ieri al dialogo in rete tra due blogger autorevoli: Matteo Orfini, tra i principali collaboratori di Massimo D'Alema; Luca Sofri, arruolato da Walter Veltroni nella direzione nazionale del Pd. Il confronto tra i due verteva attorno alle qualità dei giovani del Pd, per Orfini "pippe senza idee", che vogliono "far fuori" quelli che per Sofri sono "apparati di partito". I due se le sono date, io per una volta ho tifato Sofri e nella serata di nascita di Red Tv ne ho parlato con Orfini. Poi, è arrivata la vittoria di Obama. E la lezione mi è sembrata chiara.

Con Barack Obama vince un outsider, un afroamericano che otto anni fa non veniva neanche fatto entrare alla convention democratica che incoronava lo sfortunatissimo Al Gore e la seguiva da un bar di Los Angeles. Con Barack Obama vince un politico che ha saputo utilizzare l'entusiasmo giovanile, veicolato in particolare attraverso la rete da quegli strumenti straordinari che sono i social networks, blog e Facebook in testa. Con Barack Obama vince un uomo che ha sempre rifiutato i meccanismi dell'appartenenza alle "cricche" che generano cooptazioni, fin dagli anni della sua carriera accademica, scegliendo un profilo chiaro e battendosi nettamente per le idee che lo hanno caratterizzato.

Fare rete, essere outsider, rifiutare le cooptazioni credo siano i tre capitoli della lezione che ci arriva dal quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. E' una lezione tutta figlia del tempo nuovo, la prima grande lezione politica del terzo millennio, la prima vera enorme novità politica planetaria offerta dal ventunesimo secolo alla platea dei contemporanei e alle pagine dei libri di storia. Possiamo declinare questa lezione in italiano? Le difficoltà che dobbiamo affrontare noi in questo paese sono immense rispetto alla pur ardua impresa costruita da Barack Obama. Tutto il sistema da noi è basato interamente sui meccanismi di cooptazione e già oggi possiamo leggere sui giornali che il primo effetto della vittoria di Obama nel Pd sarà l'ennesima apposizione dei gradi di "colonnelli" sulle mostrine un paio di under 40, da parte di generali che pensano così di poter durare ancora a lungo.

A Veltroni, a D'Alema, a tutti quei dirigenti politici "storici" che hanno avuto il merito di costruire il Pd, arriva dagli Usa un'ulteriore lezione e una richiesta di generosità. Attenzione: la generosità che va richiesta non è quella di ampliare le maglie della cooptazione, in modo da far entrare più persone possibile in rappresentanza delle giovani generazioni. Le generosità che va richiesta è collegata alla lezione: non si liberano energie senza conflitto politico tra gli establishment e gli outsider portatori di idee nuove. Perché questa sana competizione si crei, c'è bisogno di costruire un campo e delle regole, di più ancora uno spirito, che la consentano davvero. I dirigenti storici del Pd non sono gli Obama italiani, nessuno di loro potrà esserlo. L'Obama italiano ancora non c'è, è là fuori, come Barack nel bar di Los Angeles a assistere alla convention senza essere neanche invitato. Noi dobbiamo cercarlo con ostinazione, sanando dialettiche inutilmente aggressive come quelle tra gli Orfini e i Sofri e che facciano rete sulle idee comuni, capendo che è il momento di dare battaglia, ma battaglia vera senza subire le sirene della cooptazione e rifiutandola. It's time for change. Ed è ora o mai più.




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E' andata

5 novembre 2008

YES. WE. CAN.

La lezione, ora, applichiamola all'Italia. E Obama non mette in crisi Berlusconi. Apre piuttosto una questione dentro il Pd.

Ne parleremo.

Per ora, è alba ed è festa.



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Un triste giorno

29 ottobre 2008



Dalle finestre di casa ascolto gli slogan degli studenti davanti al Senato, dove il decreto Gelmini è legge dello Stato. Una stupida operazione che nessuno può chiamare "riforma": è solo un colossale taglio alle risorse della già disastrata scuola italiana, senza alcuna idea di rilancio e di sviluppo della pubblica istruzione in Italia.

Ora i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti devono continuare la lotta. Questo è un triste giorno per il paese.



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Noi facinorosi e la questione del realismo

24 ottobre 2008

OBAMA, FACEBOOK, LA PIAZZA, L'AGORA'
di Mario Adinolfi per Europa (in edizione straordinaria per la manifestazione del Circo Massimo)

Noi facinorosi
Noi dobbiamo decidere molte cose in queste giornate particolari, che sono giornate di piazza reale e virtuale, di scuole occupate e di blog intasati, di lotta e di social networking. Quando dico noi intendo dire noi "facinorosi", noi che non stiamo esattamente a nostro agio in questo clima nazionale che oscilla quotidianamente tra la commedia degli equivoci e la tentazione autoritaria. Quando dico noi intendo dire noi democratici, vorrei aggiungere noi direttisti, noi cioè che crediamo che l'azione diretta anche dei singoli in democrazia debba essere un valore tutelato e patrimonializzato. Quando poi i singoli si associano e l'azione diretta diventa di massa, il simbolo più prossimo che ci viene in mente è quello del corpo civile metaforizzato nell'idea di rete e non a caso la rete è il connettore attraverso cui questo flusso di idee "facinorose" corre e scorre.

La corsa alla presidenza americana
Diedero del facinoroso anche a Barack Obama qualche mese fa, lo fecero i vertici del partito democratico, lo invitarono a un "reality ckeck", cioè a una verifica realistica delle sue possibilità reali di battere Hillary Clinton prima e il candidato repubblicano poi nella corsa alla Casa Bianca. Gli dissero di "non farsi incantare da internet" per non fare la fine di Howard Dean che quattro anni prima era stato surclassato dal realismo di John Kerry. Obama, pressato da questi realisti, diede un'occhiata al suo profilo Facebook dove i suoi sostenitori erano diventati più di un milione e concluse che la cosa non doveva necessariamente portare sfiga.

Non siate realisti
Ecco, io credo che questa non sia una stagione per i realisti, io credo che qui serva il colpo d'ala un po' visionario di chi crede e fortemente crede che un afroamericano figlio di un keniano un po' disgraziato e di una donna bianca del Kansas morta troppo presto, possa veramente diventare simbolo di un cambiamento che corre e scorre attraverso la rete, riportando milioni di persone che hanno meno di quarant'anni ad iscriversi in America alle liste elettorali, con un fenomeno di ritorno alla politica che non si verificava più da decine di anni.

Come ad Atene
Credo che però si debba a queste persone, come alle persone che affolleranno il Circo Massimo, il massimo di rispetto: il ritorno alla politica non consente ai politicanti di trattarle come fossero pubblico, spettatori, supporters. Sono, sempre per mutuare il linguaggio Facebook che politicamente peraltro affonda casualmente in una radice precisa, "amici". E allora la piazza non sia solo piazza, il Circo Massimo non sia solo il Circo di Walter, ma proviamo a trasformare il tutto in agorà, in diritto di cittadinanza, in territorio della democrazia diretta, come agli albori della storia dell'uomo libero, come ad Atene che da lì parte la lezione che ancora oggi, faticosamente, proviamo a portare avanti: che il governo dei cittadini è meglio del governo di uno solo o di pochi
.



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Felicità è la lotta

22 ottobre 2008

Leggendo Berlusconi che minaccia ("Non permetterò le occupazioni delle università, manderò le forze dell'ordine") direi proprio che spero tanto negli studenti per manifestare finalmente una dimensione di conflitto giovanile di massa contro queste destre.

E scrivo quello che non ho mai scritto: dieci, cento, mille occupazioni. Lo scrivo da democratico e riformista, mai stato comunista, mai fatto un giorno d'occupazione in vita mia.



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Non eravamo alla direzione del Pd

17 ottobre 2008



Prima o poi la finirò di guardare e pensare che l'antipaticissimo tipo in questione, se guarisse da inutili spocchie e sciocche teorie elitiste, potrebbe tornare utile alla battaglia per cambiare davvero questo cazzo di paese, partendo dalla Rete.

(foto di Aldo Curinga)



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