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Parlare di Homs

Homs è la città dei martiri siriani. Muoiono donne, giovani, tanti bambini. E' il luogo simbolo della mattanza di Assad, dittatore di Damasco che qualcuno anche a sinistra difende e di fatto tutela. Una tutela, in realtà, garantita soprattutto dall'inazione della comunità internazionale. Che non fa nulla per fermare questo massacro, in cui sono morti fino ad oggi 14mila civili. Alla Camera ho ritenuto utile parlare di Siria.


"Sparare addosso", lo scrive anche Menichini

30 maggio 2007

Su Europa Stefano Menichini, dopo avermi rimbrottato per mesi, scrive un editoriale che finalmente riconosce che forse la "contundenza" è l'unica cosa utile a questo Pd. Per Generazione U, ammettiamolo, è una soddisfazione. E' un articolo importante, forse in ritardo, ma eccolo: 

Terremo i nervi saldi. Non faremo al centrodestra il favore di squassarci da soli per un controverso risultato amministrativo. Ma è chiaro che comincia oggi – proprio oggi, e proprio dalla prima riunione del comitato dei notabili fondatori del Partito democratico – un’altra stagione della politica italiana, e del centrosinistra.

Da adesso, sarà utile sparare contro il quartier generale. Anzi, contro due quartier generali, che in parte coincidono.

Contro il governo e contro la cabina di regia del Partito democratico.

Nel loro interesse, si intende, e soprattutto nell’interesse di un popolo di centrosinistra che già appare smarrito e si comporta di conseguenza nelle urne.

È evidente che sia al governo Prodi che al partito nuovo serve un sostanzioso bagno di democrazia, di realismo e di decisionismo. Le due vicende si condizionano a vicenda, ma in maniera opposta a come si va dicendo in queste ore. Non è (solo) l’indeterminatezza del Pd a causare la sua difficoltà e a creare problemi all’Unione e al governo. È casomai l’inevitabile identificazione tra l’attività del governo guidato da Prodi (vicepremier D’Alema e Rutelli) e la fisionomia ancora non autonoma del Pd, a influire sul risultato elettorale riformista.

Non deve suonare troppo critica, questa valutazione. L’esecutivo è formato e condizionato da una coalizione. Siccome non siamo berlusconiani (dunque non dovremmo prendercela con gli alleati che non ci fanno lavorare, con gli elettori che non sono pazienti, con il tempo che non è mai abbastanza, con le scadenze elettorali scomode e con i giornali che avanzano critiche), il dato della mediazione non sempre soddisfacente va accettato.

Con tre corollari, però. Che non si possono accettare tutte le pretese degli alleati. Che in spirito di collegialità il presidente del consiglio deve dare il giusto peso alle istanze della componente maggioritaria dell’Unione. E che il Partito democratico deve essere libero di dispiegare una propria identità, una propria fisionomia, una propria visione del futuro. Non possiamo più essere confusi con le analisi preistoriche della società che arrivano dall’estrema sinistra, secondo cui la micro-criminalità è una non-emergenza, o il problema del Nord è tutto nella “questione operaia” e dei lavoratori dipendenti.

Queste esigenze portano – rapidamente ma, come vedremo, non come unico obiettivo – alla necessità di una autentica e forte leadership, che non coincida con quella del governo per il semplice motivo che non sarà Prodi a difendere i colori dell’Ulivo alla prossima prova politica.

Qui si apre un altro spinoso capitolo. È in grado il Pd, per come lo conosciamo, di proporsi con tanta ambizione? No, lo sappiamo. E dal tracciato vitale di questa vicenda ricaviamo le informazioni necessarie per sapere cosa manca, cosa c’è da fare.

Dalle primarie ai congressi, il Pd ha avuto fin qui i suoi momenti alti solto quando le persone in carne e ossa sono entrate in scena. Il 16 ottobre 2005 è di una evidenza clamorosa: quello che doveva essere solo un plebiscito per Prodi venne trasformato (non dai partiti, dalle persone) in un evento democratico che indusse le segreterie a cambiare i propri programmi. Il Pd nasce come atto di difesa: le leadership capiscono che devono rispondere a una domanda che, se non intercettata, li avrebbe potuti travolgere.

Altrettanto deve accadere adesso. La nascente nomenklatura democratica (che è poi è la stessa di prima) deve sentirsi minacciata. Accerchiata. L’agenda “normale” della nascita del Pd deve essere riscritta. Per questo merita sostegno ogni iniziativa esterna alla tabella di marcia prestabilita: dall’appello generazionale di Luca Sofri alla ribellione federalista minacciata da Cacciari, Chiamparino e Bresso. Dal comitato parallelo di Giachetti agli autoconvocati. Tra queste ci sono iniziative strumentali, personalismi? E allora? Forse che i personalismi e i calcoli dei leader attualmente in servizio non condizionano una vicenda collettiva? Non volevamo premiare le ambizioni, i meriti, la concorrenza? Cominciamo a farlo in casa, sconfiggendo chi è troppo furbo e prudente, o chi chiede solo di farsi cooptare.

Questo vale a tutti i livelli. Soprattutto però vale al livello più alto. Domenica si è capito che il Partito democratico ha bisogno di qualcuno che assuma dei rischi, che ci metta la faccia, che lo faccia ogni giorno, e in ogni campagna elettorale. Senza interregni, senza reggenze, senza sdoppiamenti di ruolo. E senza aspettare il 2008, che sarebbe già tardi.




permalink | inviato da marioadinolfi il 30/5/2007 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (72) | Versione per la stampa

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