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La "nuova borghesia" e il nuovo proletariato (per Europa)

Ascolto ogni mattina, attraverso il sito web di Radio Radicale (www.radioradicale.it) gestito dall’ottimo Diego Galli, la rassegna stampa di Massimo Bordin. L’unico ad aver messo in luce la singolare coincidenza nell’uso di un termine, “borghesia”, sia da parte del quotidiano che tradizionalmente rappresenta gli interessi dei ceti produttivi del centro-nord Italia, che da parte del quotidiano di nicchia che esprime probabilmente il più originale laboratorio di nuova intellettualità che ci sia oggi nel nostro paese. Insomma, sia nell’editoriale di Dario Di Vico sul Corriere della Sera di Paolo Mieli, che con il titolo rosso di apertura del Foglio di Giuliano Ferrara (entrambi consultabili “in chiaro” sul web attraverso i siti www.corriere.it e www.ilfoglio.it) les bourgeois épatés nostrani plaudivano e spingevano alla ripresa di protagonismo della “nuova borghesia”, identificata in Luca Cordero di Montezemolo e nel suo discorso di giovedì 24 maggio alla platea confindustriale.

Questo paese ha sempre sofferto di un problema rispetto alle altre grandi democrazie tradizionali dell’Europa occidentale, quella inglese e quella francese: non ha mai avuto una borghesia che abbia saputo tagliare la testa al re. Questo è il paese degli impicci e degli imbrogli, del capitalismo familiare e senza capitali, dei patti di sindacato, delle banche nelle imprese editoriali, dei conflitti di interessi e, sempre, di una politica che ne è stata la conseguenza. Probabilmente nella platea confindustriale a cui si rivolgeva Montezemolo, che lo applaudiva con calore, sedeva un pezzo della classe dirigente del ceto produttivo italiano responsabile dello sfascio in cui versa il paese: l’evasione e ancor più l’elusione fiscale si è sempre annidata lì, nell’idea che farsi lo yacht da sessanta metri e intestarlo a una società fantasma con sede nelle Isole Cayman fosse un buon modo di amministrare le proprie cose per togliere i profitti “dalle grinfie dello Stato”, salvo poi far pagare le perdite allo stesso Stato con le casse integrazioni e le mobilità lunghe e le leggi sulle rottamazioni, presenti anche nell’ultima finanziaria.

C’è comunque un fatto nuovo e va registrato. Questa borghesia collusa e non tanto nuova pare aver deciso di commettere il regicidio. I quattordici ministri arrivati con le auto blu ad ascoltare Montezemolo se ne sono andati avendo chiaro quel che è accaduto. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha masticato amaro e sputato via un commento, quello sì, che si commenta da solo. Dario Di Vico può così, raccogliendo l’incipit del libro-manifesto di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, costruire il paragone che incensa e innalza i plaudenti di Montezemolo scrivendo: “Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare”. Insomma, così un ceto politico ignobile porge il collo alla scure neoborghese.

Raccontata così, come mi appare, è una guerra di potere come tante se ne sono viste in Italia. Ma c’è una variabile: lo chiameremo “neoproletariato”. Lo trovate in una generazione oppressa e sfruttata, umiliata oltre ogni limite dalla politica. Scrive in rete il suo disagio, apre milioni di blog, lotta a modo suo. Solo se “la nuova borghesia” andrà alla ricerca di un patto interclassista, che la rigeneri, con questo nuovo proletariato, la battaglia per la rinascita di questo paese assumerà contorni di verità. Altrimenti sarà chiaro che è l’ennesima puntata della solita guerra tra bande.

Pubblicato il 25/5/2007 alle 11.20 nella rubrica POLITICA ED ECONOMIA.

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