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I blog come luogo della permanenza

Badate bene a quello che scrivete sul vostro blog, perché sarà quello che resterà di voi.

Se domani un agente di polizia deciderà d'ammazzarvi sparando da una carreggiata all'altra, se finirete in galera perché sarete stati voi ad aver ammazzato una straniera o se un cinquantacinquenne ex ministro degli esteri vi metterà incinta, tutto quello che di voi si saprà è scritto nel vostro blog. Dunque, attenzione. Che sia nera o rosa la cronaca che si occuperà di voi, che stiate in galera o sottoterra o in sala parto, il blog è il luogo della permanenza nella memoria collettiva.

Consolante, per certi aspetti: in fondo sul blog appaiono parole scritte da noi stessi. Letterario, per certi altri: tendiamo a raccontare sulle nostre pagine web una realtà vissuta e già digerita, quindi in qualche modo trasfigurata.

Poi ci sono i blog di denuncia, come quelli tenuti ostinatamente in piedi da una madre. La madre di Federico Aldrovandi, ad esempio. Che ha denunciato chi ritiene abbia ucciso il figlio. Quattro poliziotti sono sotto processo. Sul blog si legge delle intimidazioni che subiscono gli amici di Federico e i testimoni.

E' incredibile. Passeranno decenni e i nostri fatti resteranno a fluttuare nel nulla, pronti ad essere riportati in vita da un colpo di Google. Un'umanità dolente si racconta sui blog ed è tristemente destinata a permanere, a essere illuminata da una giornata di cronaca, a tornare nel dimenticatoio ma non per sempre. Basterà cercare, anche nel 2047, Gabbodj e rileggere quel commento del 12 novembre 2007 in cui una sua amica dice che ora Gabriele è in una discoteca molto più grande, a far ballare gli angeli.

Quel che resterà di noi non sarà ossa e polvere, ma video e parole e denunce e dolori e gioie fatte di bit. Non è l'immortalità, ma un'idea che le si avvicina e comunque è quello che ci siamo inventati, finché non inventeranno di meglio.

Pubblicato il 12/11/2007 alle 15.36 nella rubrica Diario.

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