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Partito senza tessere, partito senza congressi

Ieri ho fatto il mio esordio in commissione statuto del Pd, facendo il bravo scolaro, votando disciplinatamente la proposta di presidenza (Salvatore Vassallo) avanzata da Veltroni, restando buono al mio banco senza sbraitare neanche quando De Mita riproponeva la solita metafora medico-paziente (in cui il medico è il politico e il paziente è il cittadino, senza capire che ormai le parti si sono invertite), ascoltandomi sette-ore-sette di interventi il novanta per cento dei quali aveva come succo: "Vabbè, co' le primarie avemo giocato, quando li famo er tesseramento e er congresso?". Tema declinato in tutti i possibili accenti regionali.

Insomma, erano le tre di pomeriggio e io mi sono alzato, chiamato al podio dal presidente, e invece di dire la battuta sulla corazzata Potemkin che sarebbe stata sufficiente, ho articolato un intervento per spiegare come si potesse fare non tanto un partito senza tessere, quanto un partito senza congressi, visto che i congressi che ho vissuto in ventidue anni e mezzo di militanza politica (e sì, il primo era del 1985 e avevo quattordici anni) sono stati tutti congressi che servivano sostanzialmente a misurare i rapporti di forza, costruiti in base a tesseramenti gonfiati o falsi.

Allora, buttiamo a mare i congressi, sostituiamoli con assemblee generali a sola finalità di definizione delle priorità programmatiche (come fanno i partiti europei), e i rapporti di forza tra i gruppi dirigenti misuriamoli con le primarie, cioè con la democrazia diretta e le candidature di chi ha qualcosa da dire: candidature da sottoporre al giudizio del cittadino elettore. All'iscritto lasciamo i poteri di utilizzare gli strumenti della democrazia diretta nella vita interna: indizione di referendum, di proposte di legge di iniziativa popolare, di recall (cioè revoca della delega). Perché l'idea per cui le primarie sono un giochino mediatico, poi tornano in campo i soliti metodi, a me non va per niente.

Nell'intervento sono stato anche troppo analitico, ho chiesto che nello statuto vengano inserite molte cose (tra cui un movimento giovanile del Pd, riconosciuto e ufficiale), tutto veniva ripreso in audiovideo e spero che si possa consultare da qualche parte, altrimenti qui vi annoierei. Ma sappiate che dopo di me è intervenuto Michele Salvati che ha sancito la divisione della commissione tra innovatori e conservatori. E subito dopo di lui una delegata campana che si è tanto arrabbiata e ha detto: "Non è che perché Adinolfi usa internet è un innovatore, mentre io che voglio tessere e congressi sono una conservatrice".

Risultato? Riconvocazione per giovedì, altre sette ore mi sa. Segnalo come straordinario, sulle nostre posizioni, l'intervento di Enrico Morando oltre a quelli di Ivan Scalfarotto e Francesco Sanna. Insomma, siamo minoranza (per ora) ma non siamo soli. E siamo quelli che vogliono fare del Pd una cosa davvero nuova.

Innovatori contro conservatori. Ha ragione Salvati. Dateci una mano, perché siamo sotto, ma ce la possiamo ancora fare.

Pubblicato il 18/11/2007 alle 17.50 nella rubrica Diario.

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