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Berlusconi e la sfida della personalizzazione

Ne abbiamo discusso molto ieri durante il coordinamento di Generazione U: il tema è il ruolo della persona, dell'iniziativa individuale e direttista, del racconto di noi stessi, del nostro corpo che si fa azione politica e di conseguenza di tanti blog di singoli e gruppi che diventano progressivamente una storia collettiva. E' un modo del tutto nuovo di attrezzarsi al tempo "adveniente".

Poi è arrivato Berlusconi e il suo partito del popolo. Allora, occorre che io spieghi ulteriormente la mia posizione personale, evidenziata in qualche modo nel post di ieri, ma che forse va completamente esplicitata verso questo potente fatto nuovo, che non va né irriso né sottovalutato.

Io credo che dobbiamo accettare la sfida: riformare la legge elettorale e, come è ovvio dopo una riforma del genere, riportare l'Italia al voto. Per essere chiari, dobbiamo avere una priorità: battere definitivamente Berlusconi. La sua sfida è lanciata e il Partito democratico ha le condizioni per raccoglierla.

Il Partito democratico, se non fa passi indietro sulla strada della democrazia diretta, è attrezzato per vincere e togliere di mezzo l'elemento di blocco della politica italiana: il Cavaliere.

Sabato scorso, quando Veltroni ci ha proposto la nomina a presidente della commissione statuto di Salvatore Vassallo, ho riflettuto sul senso che aveva il voto favorevole a quella sua proposta. Il metodo era inusuale, sono abituato all'idea che un corpo sociale decide votando a scrutinio segreto, dal basso, non semplicemente ratificando una indicazione dall'alto. Eppure ho votato a favore, mentre De Mita ed altri si astenevano.

Perché?

Perché con le primarie del 14 ottobre noi abbiamo radicalmente modificato la democrazia interna ai partiti e abbiamo scelto, con una forma di democrazia diretta iperpartecipata, una piena legittimazione delle decisioni del leader, derivante dal cittadino elettore. Michele Salvati, intervenendo in commissione, divideva felicemente i diversi orientamenti emersi in innovatori e conservatori. Ora gli innovatori devono essere conseguenti e scegliere una forma partito non solo senza tessere, ma anche senza congressi se non programmatici, con primarie e referendum interni e diritti di revoca della delega (anche della delega al leader) al loro posto.

Un partito iperdemocratico fondato sulla democrazia diretta, insomma, e non oligarchico. Ma, allo stesso tempo, con un ruolo forte assegnato alla persona del leader eletto, come avviene in tutto il mondo. Con questo leader e con con questo partito iperdemocratico, non consegnato alle risse interne, noi possiamo affrontare la sfida che ci impone Berlusconi con la nascita del suo partito populista ipodemocratico. Insomma, dobbiamo accettare la sfida della personalizzazione, con il differente processo di legittimazione della persona del leader che costituisce oggi la vera differenza tra sinistra e destra, tra partito democratico e partito populista.

Pubblicato il 19/11/2007 alle 11.12 nella rubrica POLITICA ED ECONOMIA.

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