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L'editorialista del 2 agosto è il terrorista

Sapete chi è l'unico che ha scritto in prima pagina oggi, 2 agosto, sulla strage di Bologna? Giusva Fioravanti. Sul Giornale. Un articolo peraltro incredibile. Zeppo di velate minacce, allusioni, falsità, oltraggi.

Il più grave, che riprende la ignobile "pista rossa" del deputato Fli Raisi, vuole assegnare la responsabilità della strage di Bologna a un ragazzo di 24 anni che nella strage di Bologna è morto e aveva la sola colpa di essere vicino ad Autonomia operaia. Scrive oggi Fioravanti. Oggi, 2 agosto: "Ovvio che se si scopre che tra le vittime di Bologna c'era un giovane dell'Autonomia operaia romana, le persone ragionevoli si ricordano che solo pochi mesi prima tre capi dell'Autonomia operaia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un missile terra-aria".

Scrive proprio così. "Ovvio". "Le persone ragionevoli". E siamo irragionevoli noi che ricordiamo che Fioravanti è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio del magistrato Mario Amato (che stava illuminando le trame tra Nar e segmenti deviati dei servizi) avvenuto sei settimane prima della strage e per l'omicidio di Ciccio Mangiameli, scomodissimo testimone del percorso che portò i Nar a Bologna, un mese dopo la bomba?

Il dramma è che ormai nessuno sa più nulla. Tutto si confonde, si mescola, si parla di "scontro ideologico". E invece c'è una verità. Ci sono le sentenze. Ci sono decine di giudici che hanno giudicato. Ci sono i familiari delle vittime che credono a quel giudizio. Ma a forza di cazzate mediatiche, a forza di usare Giusva Fioravanti come unico editorialista nel giorno del 2 agosto, vi hanno confuso le idee. Io provo con ostinazione a ripetere sempre chi sono questi soloni. Voi aiutatemi a non far appannare la memoria.

UN 2 AGOSTO PARTICOLARE
di Mario Adinolfi

Giusva Fioravanti insulta la memoria di una delle vittime e del presidente dell'associazione dei familiari Paolo Bolognesi ("ha perso solo la suocera e la suocera non è una vera perdita"). Il deputato Enzo Raisi gli dà bordone spiegando che quella "suocera" non è morta nella strage ma solo tre anni dopo e dunque Bolognesi si è "inventato" la vittima per
fare abusivamente il presidente dell'associazione (e poi tira fuori fantomatiche teorie di una pista "rossa" per la strage, assegnandone la responsabilità a un ragazzo di 24 anni anche lui dilaniato dalla bomba).

E' un 2 agosto particolare, incredibile, con i carnefici che si atteggiano a vittime. E qui si sta da sempre dalla parte delle vittime e delle sentenze. Ma ricapitoliamo.

Negli scorsi giorni si è discusso (poco, pochissimo, quasi per niente) delle dichiarazioni di Fioravanti rese in un documentario, rivolte contro il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Bologna, Paolo Bolognesi, che secondo il capo dei Nar avrebbe perso nella strage «solo la suocera e si sa che la suocera non è una vera perdita». Una frase che sarebbe ignobile anche se detta da chiunque di noi al bar, figuriamoci se a dirla è in tutta libertà (perché Giusva, ricordiamolo, è libero) l’esecutore materiale della strage. Fioravanti è poi stato intervistato in diretta alla Zanzara su Radio24 da David Parenzo e Giuseppe Cruciani, che per questa intervista si sono beccati anche una denuncia all’Ordine dei giornalisti.

Mai denuncia fu più sbagliata perché i dieci minuti dello stragista alla Zanzara sono un documento decisivo. Grazie alla confidenza improvvida dei conduttori e al loro essere impreparati sull’argomento Bologna, Fioravanti inanella incontrastato una serie di frasi incredibili in cui non solo conferma il concetto della differenza di “peso” emotivo delle diverse vittime della strage («perdere una suocera non è come perdere un figlio»), ma aggiunge capolavori di cinismo assoluto come quando precisa che la suocera di Paolo Bolognesi «non è affatto morta nella strage, è una delle persone rimaste ferite, morta molto tempo dopo». E ancora: «Il predecessore di Bolognesi, Torquato Secci, ha perso un figlio. Chi ha vissuto lo sfracellamento di un figlio è autorizzato a dire delle cose senza ragionare, chi semplicemente qualche anno dopo la strage ha perso la suocera per i postumi delle ferite e per lo stress, non parla in nome di un dolore incontrollabile, ma è mosso dall’ideologia».

Tenetele bene a mente queste frasi di Giusva Fioravanti, terrorista, condannato come esecutore materiale della strage di Bologna all’ergastolo. Non l’unico della sua carriera criminale. Tenetele a mente perché nessuno le ha riportate e durante l’intervista alla Zanzara nessuno le ha contestate. Il giorno dopo le edizioni cartacee di Repubblica e del Giornale non avevano neanche una riga sulla questione, il Corsera e Libero dedicavano un trafiletto neutro evitando di citare gli insulti di Fioravanti alla suocera di Paolo Bolognesi. Che si chiamava Vincenzina. Vincenzina Sala.

Aveva 50 anni. Vincenzina è la nonna di Marco, 6 anni, il figlio di Paolo Bolognesi. Nonna e nipotino il 2 agosto 1980 vanno alla stazione di Bologna ad accogliere Paolo e la moglie Daniela di ritorno da un viaggio in Svizzera. Quando scoppia la bomba entrambi vengono travolti dall’onda d’urto dell’esplosione. Marco è devastato, ricoverato in condizioni gravissime all’ospedale, riceve poche ore dopo la visita del presidente Pertini che ne esce sconvolto, in lacrime e davanti alle telecamere regala la sua umanità a un paese intero: «Ho appena visto due bambini che stanno morendo».
Uno dei due bambini è Marco, il padre Paolo lo riconoscerà solo per una voglia che ha sulla pancia. Sopravviverà, alla fine, grazie alla tenacia dei medici, portando per tutta la vita impressi addosso i segni evidenti della strage. Vincenzina viene cercata dai familiari per tutto il giorno, con la disperazione che cresce ora dopo ora. Non si trova negli ospedali, alle due del mattino in una sala marmorea dell’obitorio il marito ne riconoscerà il corpo privo di testa grazie alla doppia fede nuziale che porta al dito. La testa non sarà mai recuperata. Il nome di Vincenzina Sala è uno degli ottantacinque nomi delle vittime della strage di Bologna impressi sì su una lapide di marmo, ma per niente nella nostra mente. Ho atteso una settimana sperando che qualcuno replicasse all’insulto alla memoria rivoltole dal terrorista libero Giusva Fioravanti. Non c’è stata neanche una riga, su nessun giornale. Nessuno che avesse trovato osceno che lo stragista dicesse «è morta per i postumi molto tempo dopo», nessuno che abbia avuto la curiosità di controllare se fossero vere o meno le sue affermazioni.

Ma questo è un paese così, dove il terrorista è divo e libero, la vittima è nell’oblio e esposta pure al ludibrio. E il giornalismo italiano? Riposi in pace, tanto c’è sempre una terrazza dove prendere l’aperitivo con Giusva e Francesca, che gli assassini si portano bene in società, come una borsa molto costosa.

Vincenzina Sala, 50 anni: madre, moglie e nonna. Morta decapitata alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Insultata dal terrorista condannato come esecutore materiale della strage, amico dei giornalisti che contano e da loro protetto, messo in libertà dopo appena 16 anni di carcere vero e pieno, senza che ci abbia raccontato la verità. Tutte cose che solo in questo incredibile paese senza memoria e senza rispetto possono accadere.

Come faccio ogni 2 agosto, per non dimenticare le vittime della strage di Bologna, ricordo le vittime di Giusva Fioravanti e di sua moglie Francesca Mambro: i due condannati come esecutori materiali del più grave atto criminale della storia italiana sono liberi, completamente liberi. Minacciano, querelano, invocano censure, insultano. E ci sono politici che danno loro bordone.

Come ha dichiarato Fioravanti nel documentario a cui qui si fa riferimento "ci è andata di lusso, si parla sempre di Bologna e così si è dimenticato cos'altro abbiamo fatto". Ha ragione. E allora leggete bene chi sono Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, condannati con sentenza passata in giudicato per la strage alla stazione di Bologna come esecutori materiali, 85 morti e 200 feriti. Liberi, nonostante abbiano compiuto quello e questi altri terribili crimini.

28 febbraio 1978. Giusva Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall'aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall'auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti gli monta a cavalcioni sulle spalle, lo schiaccia a terra, gli punta la pistola alla nuca e lo uccide con un colpo a bruciapelo. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla.

9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L'incendio divampa e le impiegate tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.

16 giugno 1979. Fioravanti guida l'assalto alla sezione comunista dell'Esquilino, a Roma. All'interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti. Dario Pedretti, componente del commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario "non c'era scappato il morto". Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all'azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.

17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l'avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell'eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L'agguato viene teso sotto lo studio dell'avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti.

6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell'omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti - fratello di Valerio - dichiarerà: "La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii".

28 maggio 1980. Fioravanti e Mambro uccidono davanti al liceo Giulio Cesare di Roma il poliziotto Franco Evangelista, noto come Serpico.
23 giugno 1980. Su ordine di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Gilberto Cavallini uccide a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando "alla visione di una verità d'assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi". Mambro e Fioravanti la sera dell'omicidio festeggiano ad ostriche e champagne.

9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna.

5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l'imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un'auto, "Spara, spara!".

30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro.

21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all'agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: "La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello". Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell'eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell'agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni.

5 marzo 1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. Mambro sostiene che Caravillani sia stato ucciso da un proiettile di rimbalzo. Viene condannata come esecutrice dell'assassinio. Un cortometraggio che illustra un'altra versione di questo omicidio, con la Mambro che scambia il manico di un ombrello del ragazzo come l'impugnatura della pistola e gli spara a bruciapelo in testa dopo averlo ferito, è stato girato dal cugino di Alessandro Caravillani nel 2012. Francesca Mambro ne ha chiesto ai giudici il sequestro e il divieto di diffusione sul territorio nazionale.

Questi sono Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, assassini. Liberi e protetti. In qualsiasi paese al mondo i loro comportamenti insultanti verso le vittime, che siano Paolo Bolognesi o Alessandro Caravillani, sarebbero considerati intollerabili. Che l'Italia almeno sappia chi sono, cosa hanno fatto, quanti segreti conservano. E quanto, evidentemente, questi segreti valgono.

Pubblicato il 2/8/2012 alle 12.11 nella rubrica Diario.

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